Capitale del sughero castiadas, da colonia penale a centro turistico di successo


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PAESI DI SARDEGNA

FEBBRAIO 2003

CALANGIANUS, TRA “MATTI”

E GENIALITA' CREATIVA

CAPITALE DEL SUGHERO

CASTIADAS, DA COLONIA PENALE

A CENTRO TURISTICO DI SUCCESSO

di Salvatore Tola

L

a cosa che più meravi-



glia il viaggiatore che

arriva a Castiàdas è la

struttura del centro abitato:

che non è costituito, come nel

resto dell’isola, da un nucleo di

abitazioni ed edifici pubblici

circondato dalla campagna,

bensì da frazioni e case sparse

che punteggiano gli oltre 100

chilometri quadrati del territorio

comunale (siamo, per chi non lo

sapesse, nel Sàrrabus, alla pun-

ta sud orientale dell’isola, tra

Villasimìus e Muravera).

Motivo di questa conforma-

zione è la storia recente del-

l’insediamento, che deriva da

una colonia penale agricola,

creata nel 1875 per dissodare

una landa da tempo disabitata.

Arrivò – in maniera quasi av-

venturosa – un primo nucleo di

30 forzati che poi si accrebbe

rapidamente, mentre venivano

costruiti un grande carcere, ca-

serme, magazzini, l’abitazione

del direttore e, man mano che

procedeva l’occupazione del

territorio, una serie di fattorie

satellite. A pieno regime la co-

lonia, la più grande d’Italia, si

estendeva su 6500 ettari e

ospitava un migliaio di uomini

tra carcerati, carcerieri e im-

piegati. Si allevava bestiame,

si coltivavano cereali, si pro-

duceva carbone, si impianta-

vano vigneti.

Così, attraverso il sacrificio

di tanti condannati, che si sono

alternati per decenni e hanno

sofferto per le condizioni del

lavoro e della prigionia, in par-

ticolare per la malaria, queste

terre hanno finalmente iniziato

a prendere – o riprendere, se

mai l’avevano avuto in passa-

to – l’aspetto di poderi ordina-

ti e produttivi.

Alla chiusura della colonia

penale, negli anni Cinquanta

del Novecento, è subentrato

l’E

TFAS


 (Ente per la Trasfor-

mazione Fondiaria ed Agraria

in Sardegna) che ha apportato

ulteriori miglioramenti, defi-

nendo unità produttive desti-

nate a famiglie di assegnatari,

costituite da un’abitazione e

una porzione di alcuni ettari.

Il nucleo centrale e molti

dei centri satelliti creati dalla

colonia si erano trasformati

nel frattempo in centri abita-

ti, la popolazione era oltre le

mille unità. Nacque così

l’idea di creare un nuovo Co-

mune, ottenendo l’autonomia

da Muravera da cui dipende-

va la maggior parte del terri-

torio. Dopo una lunga batta-

glia si giunse finalmente al

referendum popolare del 30

giugno 1985 che portò al

nuovo assetto: i 10.270 ettari

che entravano a costituire il

nuovo Comune venivano per

la maggior parte da Murave-

ra, più quote minori da San

Vito e Villaputzu.

Gli abitanti, che erano allo-

ra circa 1200 – e all’ultimo

censimento sono saliti a 1311

– si sono dedicati all’agricol-

tura e all’allevamento, dando

così seguito alle attività av-

viate dalla colonia penale.

Col tempo si sono aggiunte

alcune forme di artigianato; e

hanno preso sempre più deci-

samente piede le iniziative

per lo sviluppo del turismo,

per il quale Castiàdas fa leva

in primo luogo sulla bellezza

del territorio: occupato per la

maggior parte da una piana

costiera, ovvero «una gran

valle» che, come scriveva

Vittorio Angius un secolo e

mezzo fa, è «la principal e

più considerevol parte di tut-

ta la regione», comprende

anche le propaggini del grup-

po montano dei Sette Fratelli,

ricoperte da un superbo tratto

di foresta che è abitato da

cinghiali e da una delle poche

colonie di cervo sardo che

ancora sopravvivono nel-

l’isola; e poi il bellissimo li-

torale, un alternarsi di spor-

genze rocciose e di tratti sab-

biosi più o meno ampi, tra i

quali la Cala della Marina,

che forma tutt’uno con Cala

Sìnzias ed è la spiaggia più

grande, e Cala Pira, una delle

più belle, anche se insidiata

dalla cementificazione.

Ma lo sviluppo turistico

può far leva anche su alcuni

monumenti: il nuraghe Sa

Domu ’e S’Orcu (La Casa

dell’Orco), un edificio poli-

lobato con villaggio affaccia-

to sul mare poco a sud di Co-

sta Rei: la torre costiera spa-

gnola di  Cala Pira, nella qua-

le si progetta di collocare un

piccolo museo del mare;

l’edificio delle carceri e le

costruzioni utilizzate un tem-

po come caserme, uffici, stal-

le ecc., dai quali si progetta

di ottenere – con lavori di re-

stauro in corso da alcuni anni –

un centro polifunzionale con

museo, locali per mostre tem-

poranee, sale convegni, botte-

ghe artigiane e un albergo.

Intanto è a buon punto la co-

struzione della nuova statale

Orientale sarda, che passa al

centro della regione e si colle-

ga ai centri abitati con due

svincoli; mentre si parla della

realizzazione di un aeroporto.

Non rimane che decidersi

per una visita a Castiàdas, e un

giro per le sue frazioni: Olia

Speciosa, Camisa, Sabadi, Ma-

sone Pardu ecc. Colpiranno le

caratteristiche delle abitazioni,

sempre unifamiliari, circonda-

te da un lembo di terra anche

quando sono riunite in villag-

gi, con una tipologia che va

dalla fattoria della riforma

agraria alla moderna casa con-

tadina alla villetta; mentre sul-

la costa si diffondono gli ag-

glomerati di residenze per le

vacanze. In tutti i casi è diffu-

sa l’abitudine di circondare gli

edifici da piante e fiori, in par-

ticolare oleandri e bougainvil-

le, mentre le agavi e le palme

contribuiscono ad accrescere il

tono esotico di questi luoghi

inconsueti.

Ma sarà piacevole anche av-

vicinare la gente, costituita da

un nucleo proveniente dai vici-

ni paesi di Muravera, San Vito

e Villaputzu, cui si sono ag-

giunti, per le vicende legate al

popolamento di una zona de-

serta prima, e alle esigenze

dello sviluppo turistico poi,

Italiani delle diverse regioni e

stranieri di alcuni paesi euro-

pei.


S

i dice di Li caragnanési,

dei Calangianesi, che

sono tutti un po’ matti. E

si raccontano in proposito

aneddoti e barzellette. Una fra

mille: Pétru,  un calangianese

del secolo scorso, vegliava il

padre morto al primo piano di

una casa in paese. Venuta

l’ora di portarlo via, i fratelli

chiamano Pétru dal piano  ter-

reno, affacciandosi alla scala.

«Cosa ‘uléti?», «Cosa vole-

te?», risponde Pétru. «Fà-

lan’a papu ch’an’arricatu lu

baùlu», «Porta giù babbo,ché

hanno portato la bara», ri-

spondono i fratelli. «Dapalmè

no vi la focciu, ch’é pisutu»,

«Da solo non ce la faccio ch’é

pesante», replica Pétru. I fra-

telli, allora, adirati: «Abbed-



dhu vi ‘o’. Fa dui ‘iagghj»,

«Molto ci vuole? Portalo giù

in due volte».

Ma si racconta anche che



Macistu, il Maestro, Gesù

Cristo, che dai Calangianesi

pare avesse appreso molto in

chissà quale occasione, non

moltiplicò sul monte che tutti

sanno, i pani e i pesci per sfa-

mare cinquemila persone, ma

soldi. C’era da comprare pane

e pesce per tutta quella gente e

soltanto uno fra i convenuti

aveva cinque centesimi di

euro in tasca;Gesù se li fece

dare e li moltiplicò così tanto

che si comprò pane e pesce

per tutti. Ma non basta: ognu-

no, andando via dalla monta-

gna, si trovò in saccoccia tan-

ti di quegli euro, in monete e

in bigliettoni, da far campare

la famiglia e i figli dei figli

per anni ed anni. A questa leg-

genda, anche se inverosimile,

si può dare più credito, perché

i Calangianesi, che altro che

matti sono!, hanno proprio il

potere di moltiplicare i soldi.

Basti pensare  che a Calangia-

nus (m 500,4775 ab.), capita-

le del sughero, assieme a

Tempio, nella penisola, e uno

dei comuni più ricchi d’Italia,

non solo non sanno cos’è la

disoccupazione, ma stentano

ogni anno a trovare la mano-

dopera per lavorare il loro

“oro morbido”, come chiama-

no la preziosa corteccia della

quercia. Strano, ma vero, qua-

si ogni famiglia calangianese

ha nella propria casa una pic-

cola fabbrica artigianale che

lavora  il sughero per i grandi

opifici  miliardari (Il  più im-

portante fra tutti, quello   dei

Molinas, all’entrata del paese

per chi viene da Tempio).

La lavorazione del sughero

iniziò a Calangianus intorno

al 1850, prima a livello arti-

gianale e poi, quasi subito,

procedette a livello industria-

le. Oggi contribuisce alla pro-

duzione complessiva naziona-

le al 90%. L’opulenta cittadi-

na gallurese ha  4000 operai

sugherieri, 30 complessi in-

dustriali e più di 200 botteghe

artigianali (oltre quelle a con-

duzione familiare). Dal 1978

vi si tiene annualmente una

“Fiera Internazionale del Su-

ghero” che richiama dai paesi

più industrializzati, scienzia-

ti, imprenditori e curiosi.

Esempio di fervente opero-

sità, Calangianus vive il suo

tranquillo benessere con un

vigore esistenziale un po’

scanzonato ma insieme pun-

tuale e preciso che niente con-

cede  ad attività perditempo

così numerose, inspiegabil-

mente, in altri centri dell’iso-

la.


Da visitare  la Chiesa di

Santa Maria degli Angeli, con

il suo bel coro settecentesco,

il prezioso tabernacolo ligneo

e alcuni quadri del  cagliarita-

no Giovanni Marghinotti. In-

teressante anche la Parroc-

chiale, risalente al 1378, che

conserva un’”Assunzione” di

Andrea Lusso.

Tra  le figure insigni di Ca-

langianus vanno ricordati pa-

dre Bonaventura (al secolo

Giacomo Corda, 1836-1915),

il deputato Nicolò Ferracciu

(1815-1892), il senatore Pie-

tro Lissia (1877-1957), Anto-

nio Cassitta (1898-1971), uno

dei fondatori della Federazio-

ne socialista sarda, Marco

Corda (1833-1915), pioniere

dell’industria sugheriera a

Calangianus.

di Franco Fresi




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