Era lo loco ov’a scender la riva


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DANTE


CANTO 12
Virgilio e Dante arrivano al settimo cerchio (dei violenti) scendendo per una frana, dove sulla rovina incontrano il Minotauro, che è arrabbiato e si morde la coda, così Virgilio lo rassicura che non c’è Teseo (suo uccisore) e che non li manda Arianna ma devono solo vedere le pene dei dannati. Passato il Minotauro entrano nel primo girone, i violenti contro gli altri (omicidi) e incontrano 3 centauri: Chirone, Nesso e Folo. I centauri sono tantissimi e si trovano schierati davanti al fiume di sangue (Flegetonte) che sparano alle anime se si alzano più di ciò che possono.

PARAFRASI:



Era lo loco ov’a scender la riva
venimmo, alpestro e, per quel che v’er’anco,
tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva.

Qual è quella ruina che nel fianco 


di qua da Trento l’Adice percosse, 
o per tremoto o per sostegno manco,
che da cima del monte, onde si mosse, 
al piano è sì la roccia discoscesa, 
ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse:

cotal di quel burrato era la scesa; 


e ’n su la punta de la rotta lacca 
l’infamia di Creti era distesa
che fu concetta ne la falsa vacca; 
e quando vide noi, sé stesso morse, 
sì come quei cui l’ira dentro fiacca.

Lo savio mio inver’ lui gridò: «Forse 


tu credi che qui sia ’l duca d’Atene, 
che sù nel mondo la morte ti porse?
Pàrtiti, bestia: ché questi non vene 
ammaestrato da la tua sorella, 
ma vassi per veder le vostre pene».

Qual è quel toro che si slaccia in quella 


c’ha ricevuto già ’l colpo mortale, 
che gir non sa, ma qua e là saltella,
vid’io lo Minotauro far cotale; 
e quello accorto gridò: «Corri al varco: 
mentre ch’e’ ’nfuria, è buon che tu ti cale».
....
Io vidi un’ampia fossa in arco torta, 
come quella che tutto ’l piano abbraccia, 
secondo ch’avea detto la mia scorta;
e tra ’l piè de la ripa ed essa, in traccia 
corrien centauri, armati di saette, 
come solien nel mondo andare a caccia.
Veggendoci calar, ciascun ristette, 
e de la schiera tre si dipartiro 
con archi e asticciuole prima elette;
e l’un gridò da lungi: «A qual martiro 
venite voi che scendete la costa? 
Ditel costinci; se non, l’arco tiro».

Lo mio maestro disse: «La risposta 


farem noi a Chirón costà di presso: 
mal fu la voglia tua sempre sì tosta».

Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso, 


che morì per la bella Deianira 
e fé di sé la vendetta elli stesso.
E quel di mezzo, ch’al petto si mira, 
è il gran Chirón, il qual nodrì Achille; 
quell’altro è Folo, che fu sì pien d’ira.

Dintorno al fosso vanno a mille a mille, 


saettando qual anima si svelle 
del sangue più che sua colpa sortille».

Il luogo dove scendemmo era impervio e per quel che c’era nessuno avrebbe voluto vederlo (Minotauro)


Come quella frana che colpì il letto dell'Adige a sud di Trento, per un terremoto o per mancanza di sostegno, tale che dalla cima del monte da cui si mosse fino alla pianura la roccia è sì dirupata, ma darebbe accesso a qualcuno che scendesse dall'alto:


così era la discesa di quel burrone infernale; e proprio all'inizio del dirupo era distesa la vergogna di Creta, che fu concepita nella finta vacca (mucca di legno); e quando (il Minotauro) ci vide, si morse come colui che è sopraffatto dall'ira.


Virgilio griò verso il Minotauro: “ forse credi che qui ci sia il re d’Atene (Teseo) che nel mondo ti uccise?
Vattene via bestia, che lui non l’ha mandato tua sorella Arianna, ma viene per vedere le pene dei violenti”


Come il toro che si libera dai lacci dopo aver ricevuto il colpo mortale, barcolla di qua e di là saltellando così vidi il Minotauro; e il saggio Virgilio mi gridò: “corri al passaggio: è bene che tu scenda, mentre il mostro è in preda alla furia”.
(Il Minotauro era agitato per il ricordo di Teseo)


Io vidi un’ampio varco che circonda tutto il piano, proprio come mi disse la mia guida;
E tra la base della roccia e il fossato correvano in fila dei centauri, armati di arco e frecce, proprio come erano soliti nel mondo andare a caccia.
Vedendoci scendere, iguno si fermàò e dalla schiera ne uscirono tre con gli archi e le frecce che avevano scelto prima;
E uno gridò da lontano: “da quale punizione venite voi che scendete? Ditecelo da li dove siete , se no tiro con l’arco”
Il mio maestro disse: “ la risposta la darenìmo a Critone dove sei tu: il tuo desiderio è sempre stato impulsivo e dannoso”


Poi mi prese e disse: “ quello è Nesso, che morì per la bella Deianira e si fece vedetta da solo (si uccise)
E quello di mezzo che si guarda il petto (ha la testa chinata) è il grande Chirone, il quale nutr’ Achille e l’altro è Folo, che era pieno d’ira.


Intorno al fiume ci sono migliaia di centauri che colpiscono le anime che si alzano dal sangue più di quello che la loro colpa gli permette”.

MINOTAURI


Il Minotauro è un essere mitologico nato nell’isola di Creta da Pasife (moglie di Minosse, re di Creta) e un toro donato da Poseidone a Minosse: ha il corpo da uomo ma la testa di toro che ne caratterizza il carattere selvaggio e feroce. Minosse lo rinchiuse nel labirinto di Cnosso (costruito da Dedalo) per impedirgli di fare del male, ma quando suo figlio viene ucciso rinchiude dei fanciulli ateniesi nel labirinto come cibo per il Minotauro. Teseo (uno dei fanciulli) arriva a Creta con l’intento di uccidere la creatura, prima di entrare nel labirinto Arianna (figlia di Minosse e Pasife) gli dà la spada e un filo rosso: con la spada uccide e con il filo riese ad uscire.
Dante rappresenta il Minotauro come un mostro con il corpo di toro e la testa umana, simbolo di razionalità, rappresentati come gli altri custodi dei violenti (centauri e arpie), il Minotauro era simbolo della violenza quindi posto davanti al 7 cerchio dei violenti
CENTAURI
Dante si ispira alle rappresentazioni medievali del segno zodiacale del sagittario dove il centauro era armato di saetta.
Per la loro doppia natura, umana e bestiale (hanno il corpo da cavallo e la testa umana), i centauri sono pronti al sangue e alla rapina, la bestialità umana viene sottolineata dalla violenza, dalla cieca cupidigia e dall’ira folle, sono creature violente e con un giudizio severo ma sono anche caratterizzate dalla simpatia e dalla saggezza.
I centauri appaiono come guardiani dei violenti contro il prossimo. Essi corrono in schiera lungo le rive del fiume di sangue, sorvegliando i dannati e li colpiscono con le loro frecce se tentano di alleviare la loro pena sollevandosi dal livello del fiume più di quello che ha decretato la giustizia divina.
I tre centauri [Chirone (il capo), Nesso e Folosi] si staccano dalla schiera e vanno incontro a Dante e Virgilio quando li vedono arrivare: Nesso intima ai due pellegrini di fermarsi e dire da quale girone vengano, se non vogliono esser colpiti dalle sue frecce: Virgilio risponde che parlerà solo con Chirone, e gli illustra il motivo del loro viaggio e ottengono Nesso come guida e scorta per visitare sicuri il girone dei violenti e attraversare il fiume.

VERSI A MEMORIA:



Nesso: Ercole e la moglie Deianira, dovevano attraversare fiume Eveno,e chiedono al centauro Nesso, che si innamorò e ingannò Ercole, accompagnando prima solo lui dall’altra parte del fiume e poi di rapire la moglie, ma Ercole si accorse dell’inganno e colpì con una freccia avvelenata Nesso che sul punto di morte si vendica, ingannando la moglie donandole la sua maglia, dicendole che chi l’avesse indossata si sarebbe innamorato di lei, ma invece Ercole muore.
Chirone: maestro di Achille , molto saggio.
Folo: che alle nozze di Ippodamia e Piritoo tentò (ubriaco) di rapire la sposa e scatenò la guerra coi Lapiti.
Da 68 a 72
CANTO 16
Si trovano nel terzo girone de settimo canto dove vengono puniti i violenti contro dio: Dante segue Virgilio e giungono vicini al fiume che si getta in basso ed ha un suono talmente forte da coprire le loro voci. Dante ha intorno alla cinta una corda (con la quale aveva catturato la lonza), Virgilio gli chiede di dargliela e la getta nel burrone per chiamare un’ enorme figura che si avvicina nuotando nell'aria scura e densa, la paragona a un che torna in superficie dopo essersi immerso per sciogliere l'ancora impigliata o rimuovere un altro ostacolo, che sale nuotando a rana.



Io avea una corda intorno cinta, 
e con essa pensai alcuna volta 
prender la lonza a la pelle dipinta.
Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta, 
sì come ’l duca m’avea comandato, 
porsila a lui aggroppata e ravvolta.

Ond’ei si volse inver’ lo destro lato, 


e alquanto di lunge da la sponda 
la gittò giuso in quell’alto burrato.

’E’ pur convien che novità risponda’ 


dicea fra me medesmo, ’al novo cenno 
che ’l maestro con l’occhio sì seconda’.

Ahi quanto cauti li uomini esser dienno 


presso a color che non veggion pur l’ovra, 
ma per entro i pensier miran col senno!

El disse a me: «Tosto verrà di sovra 


ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna: 
tosto convien ch’al tuo viso si scovra».

ch’i’ vidi per quell’aere grosso e scuro 


venir notando una figura in suso, 
maravigliosa ad ogne cor sicuro,

sì come torna colui che va giuso 


talora a solver l’àncora ch’aggrappa 
o scoglio o altro che nel mare è chiuso, 
che ’n sù si stende, e da piè si rattrappa.

Avevo una corda intorno alla vita, e con la quale una volta pensai di catturare la lonza dalla pelle colorata.
Dopo che l’ebbi sciolta, come mi aveva chiesto il mio duca, gliela porsi legata e avvolta.
Quindi lui si volse alla destra e stando lontano dalla sponda la gettò nel burrone.
Dicevo tra me e me: “ eppure qualche novità risponderà al nuovo gesto che il mio maestro segue con tanta attenzione”

Aimè, quanto bisogna essere cauti vicino a coloro che vedono sia l’opera sia leggono i pensieri!


E Virgilio mi dissse: “presto verrà spora ciò che attendo e il tuo pensiero sogna: è inevitabile che prima o poi si presenti ai tuoi occhi”


Io vidi per quell’aria scura e spessa/pesante,, arrivare nuotando verso su una figura che fa stupire anche gli uomini più coraggiosi,


Così come torna colui (il marinaio)che si tuffa qualora l’ancora si impiglia in uno scoglio o per rimuovere un altro ostacolo nel mare, che per risalire stende le braccia e ritrae le gambe.



GERIONE


Dante e Virgilio incontrano Gerione nel basso Inferno, sul confine del cerchio dei violenti, se ne servono per discendere a volo nel burrato per accedere ai cerchi estremi della frode. È un mostro demoniaco ripreso dalla mitologia classica, figlio di Crisaore (figlio di Medusa) e della ninfa oceanina Calliroe, appare nel mito di Ercole il quale doveva rubare il bestiame del gigante Gerione, che ha tre corpi, ed è re di tre isole iberiche, l'eroe uccide per impossessarsi dei buoi rossi che la bestia nutriva di carne umana.

CANTO 17
Sono nel III girone del VII cerchio, dove sono puniti i violenti contro Dio. Appare il demonio Gerione, Virgilio gli chiede di avvicinarsi alla sponda, Gerione obbedisce appoggiando testa e busto sulla roccia e tenendo la coda in alto(la coda ha la punta biforcuta e velenosa, come lo scorpione) , ha il volto di un uomo giusto con il corpo di serpente, due zampe pelose e artigliate che arrivano alle ascelle, il dorso e il petto sono dipinti con nodi e rotelle multicolori, simili ai tessuti di Tartari e Turchi.


Dante e Virgilio devono salire in groppa a Gerione, Dante ha paura poichè era stato ingannato in vita, Virgilio lo protegge facendolo sedere davanti affinché non si possa far male con la coda velenosa, essendo che Dante ha paura Virgilio lo abbraccia, poi Gerione scende il dirupo. Dante non vede altro che il buio intorno a sé e capisce di trovarsi nel vuoto e che sta volando, ed è terrorizzato come quando Fetonte guidò il carro del Sole incendiando il cielo e come quando Icaro volò troppo vicino al Sole nonostante i richiami del padre Dedalo. Dante si rende conto di scendere lentamente solo grazie all’aria, a un certo punto sente il fiume e si sporge vedendo fuoco e pianti, capendo che erano quasi arrivati a destinazione, infatti la bestia ferme e lascia i due a terra e se ne va.



«Ecco la fiera con la coda aguzza, 
che passa i monti, e rompe i muri e l’armi! 
Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza!».

Sì cominciò lo mio duca a parlarmi; 


e accennolle che venisse a proda 
vicino al fin d’i passeggiati marmi.

E quella sozza imagine di froda 


sen venne, e arrivò la testa e ’l busto, 
ma ’n su la riva non trasse la coda.
La faccia sua era faccia d’uom giusto, 
tanto benigna avea di fuor la pelle, 
e d’un serpente tutto l’altro fusto;
due branche avea pilose insin l’ascelle; 
lo dosso e ’l petto e ambedue le coste 
dipinti avea di nodi e di rotelle.
Con più color, sommesse e sovraposte 
non fer mai drappi Tartari né Turchi, 
né fuor tai tele per Aragne imposte.

Nel vano tutta sua coda guizzava, 


torcendo in sù la venenosa forca 
ch’a guisa di scorpion la punta armava.

Lo duca disse: «Or convien che si torca 


la nostra via un poco insino a quella 
bestia malvagia che colà si corca».
Però scendemmo a la destra mammella, 
e diece passi femmo in su lo stremo, 
per ben cessar la rena e la fiammella.

Trova’ il duca mio ch’era salito 


già su la groppa del fiero animale, 
e disse a me: «Or sie forte e ardito.
Omai si scende per sì fatte scale: 
monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo, 
sì che la coda non possa far male».

Qual è colui che sì presso ha ’l riprezzo 


de la quartana, c’ha già l’unghie smorte, 
e triema tutto pur guardando ’l rezzo,
tal divenn’io a le parole porte
ma vergogna mi fé le sue minacce, 
che innanzi a buon segnor fa servo forte.
I’ m’assettai in su quelle spallacce; 
sì volli dir, ma la voce non venne 
com’io credetti: ’Fa che tu m’abbracce’.
Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne 
ad altro forse, tosto ch’i’ montai 
con le braccia m’avvinse e mi sostenne;
e disse: «Gerion, moviti omai: 
le rote larghe e lo scender sia poco: 
pensa la nova soma che tu hai».

Come la navicella esce di loco 


in dietro in dietro, sì quindi si tolse; 
e poi ch’al tutto si sentì a gioco,
là ’v’era ’l petto, la coda rivolse, 
e quella tesa, come anguilla, mosse, 
e con le branche l’aere a sé raccolse.

Maggior paura non credo che fosse 


quando Fetonte abbandonò li freni, 
per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse;
né quando Icaro misero le reni 
sentì spennar per la scaldata cera, 
gridando il padre a lui «Mala via tieni!»,
che fu la mia, quando vidi ch’i’ era 
ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta 
ogne veduta fuor che de la fera.

Ella sen va notando lenta lenta: 


rota e discende, ma non me n’accorgo 
se non che al viso e di sotto mi venta.
Io sentia già da la man destra il gorgo 
far sotto noi un orribile scroscio, 
per che con li occhi ’n giù la testa sporgo.

Allor fu’ io più timido a lo stoscio, 


però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti; 
ond’io tremando tutto mi raccoscio.
E vidi poi, ché nol vedea davanti, 
lo scendere e ’l girar per li gran mali 
che s’appressavan da diversi canti.

Come ’l falcon ch’è stato assai su l’ali, 


che sanza veder logoro o uccello 
fa dire al falconiere «Omè, tu cali!»,
discende lasso onde si move isnello, 
per cento rote, e da lunge si pone 
dal suo maestro, disdegnoso e fello;

così ne puose al fondo Gerione 


al piè al piè de la stagliata rocca 
e, discarcate le nostre persone, 
si dileguò come da corda cocca.



“ecco la bestia con la coda appuntita che passa per i monti, rompe le mura e le fortificazioni! Ecco colei che riempie di puzza tutto il mondo “
Così cominciò a parlarmi Virgilio e accennandole che venisse sulla sponda vicino alla fine dell’argien in pietra.

E quella suicida immagine di frode arrivò solo sporgendo la testa e il busto, non portò la coda sulla sponda.


Aveva la faccia di un uomo giusto/buono, dall’aspetto benevolo mentre il resto del corpo era di serpente;
aveva due branche pelose fino alle ascelle, la schiena,il petto e i fianchi dipinti con nodi e rotelle.
Nè i Tartari nè i Turchi fecero mai dei drappi più colorati, ricami e sfondo a rilievo,nè Aracne fece mai fele cosi.

Nel vuoto sguizzava la sua cosa, volgendo in alto la velenosa punta che sembrava il pungiglione dello scorpione.


Virgilio disse: “ ora è necessario che ci avviciniamo a quella bestia malvagia, lì coricata. Quindi scendemmo sul lato destro della sponda e facemmo dieci passi sul bordo del cerchio e cercammo di evitare la sabbia e la pioggia di fuoco.


Trovai il mio duca che era già salito in groppa alla bestia e mi disse: “ ora sii forte e coraggioso.


Ormai si deve scendere per il burrone: sali davanti a me, che io voglio stare in mezzo così che la coda non possa farti del male”

Come colui che si è preso la febbre a quaranta, ha le unghie livide e trema tutto anche solo guardano l’ombra


Io diventai cosi alle sue parole; ma la vergogna che provai alle sue minacce mi resero forte come un servo davanti al suo signore.
Mi sedetti sulle spalle delle bestia e volevo dire, ma la voce non uscì: “ abbracciami”
Ma lui, che già altre volte mi soccorse, in altre situazioni dubbiose, non appena salì mi abbracciò e mi tenne forte;
E disse: “Gerione, è l’ora di partire: scendi lentamente facendo giri larghi, e pensa al peso che sostieni”

Come la navicella lascia la proda all’indietro, cosi la bestia fece; e quando si sentì pienamente a suo agio, rivolse la coda al petto e la muoveva tenendola come un’anguilla e iniziò a muovere le branche raccogliendole verso di sè nell’aria.


Non credo che Fetonte ebbe più paura quando lasciò le redini e come ancora si vede, il cielo si incendiò;


Nè ebbe più paura il misero Icaro quando la cera si stava sciogliendo mentre il padre gli gridava: “hai preso una brutta strada”.
Rispetto alla paura che ebbi io, quando vidi che l’aria era scura dappertutto, e non vebìdevo nulla fuorché la belva.

La bestia stava nuotando lentamente: girava e scendeva ma io non me ne accorgevo se non per l’aria sul viso che proveniva dal basso


Io sentivo alla destra una cascata che faceva un orribile scroscio sotto di noi, così mi sporsi e guardai in basso.

Fu allora che ebbi paura di cadere poiché vidi fuoco e sentì piangere; allora tremando strinsi le cosce.


E poi vidi ciò che prima non vedevo, lo scendere e il girare, avvicinandoci ai lamenti dei dannati che provenivano da diversi lati.

Come il falcone che ha volato a lungo, e che non avendo visto né il logoro né un uccello induce il falconiere a dire: “Ahimè, devi scendere!”, e quello scende stanco nel luogo da cui si muove agile, facendo cento giri nell'aria e si posa lontano dal suo padrone, disdegnoso e riottoso;


Così Gerione si depose a terra, sul fondo del baratro e una volta che ebbe scaricato i nostri corpi, svanì come una freccia scoccata da un arco.

CANTO 21
Sono arrivati alla quinta Bolgia dell'VIII Cerchio in cui vengono puniti i barattieri, che sono immersi nella pece bollente, simile a quella dell’Arsenale di Venezia, con cui si riparano le navi danneggiate. Sul ponte vedono correre un diavolo nero dall’aspetto feroce, che spalanca le ali mentre tiene sulla spalla un’anima di un dannato di Santa Zita (Lucca) afferrandola per le caviglie e lo lascia ai compagni invitandoli a lanciarlo nella pece, mentre lui torna nella città piena di barattieri, l’anima si immerge nella pece e torna a galla tutto imbrattato, gli altri demoni che erano nascosti sotto il ponte gli urlano che, se non vuole essere tormentato, deve restare sotto la pece bollente, subito i diavoli lo afferano con bastoni uncinati, lo straziano e lo ributtano giù. I diavoli sembravano sguatteri che intingono i pezzi di carne nella pentola. Virgilio dice a Dante di nascondersi dietro ad una roccia e di stare tranquillo perché sapeva come comportarsi e va a trattare con i diavoli, arriva in fondo al ponte e i diavoli gli vengono incontro come cani arrabbiati contro un mendicante, minacciandolo con gli uncini, ma lui li esorta a non fargli del male e di mandargli un loro rappresentante per potergli parlare, mandano Malacoda che si fa avanti e gli chiede come fa a essere così sicuro, così Virgilio li risponde che il volere divino è dalla sua parte e quindi lo invita a lasciarlo passare con qualcun altro, così Virgilio chiama Dante, che si avvicina impaurito dai diavoli che lo minacciano con gli uncini. Poi Malacoda li informa che non possono procedere da quella parte, poiché il ponte roccioso che sovrasta è crollato (poiché 1266 anni prima Cristo scese agli inferi) e quindi i due dovranno costeggiare l'argine della V Bolgia fino a trovare un altro ponte intatto, così il capo gli propone di affidargli 10 diavoli che gli faranno da scorta fino al ponte (Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Barbariccia, Libicocco, Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane, Farfarello e Rubicante. Malacoda). Virgilio accetta, nonostante Dante non volesse e i diavoli partirono dopo essersi rivolti a Barbariccia stringendo la lingua tra i denti, e lui aveva risposto con uno sconcio rumore dal sedere.



Così di ponte in ponte, altro parlando 
che la mia comedìa cantar non cura, 
venimmo; e tenavamo il colmo, quando
restammo per veder l’altra fessura 
di Malebolge e li altri pianti vani; 
e vidila mirabilmente oscura.

Quale ne l’arzanà de’ Viniziani 


bolle l’inverno la tenace pece 
a rimpalmare i legni lor non sani,
ché navicar non ponno - in quella vece 
chi fa suo legno novo e chi ristoppa 
le coste a quel che più viaggi fece;
chi ribatte da proda e chi da poppa; 
altri fa remi e altri volge sarte; 
chi terzeruolo e artimon rintoppa -;

tal, non per foco, ma per divin’arte, 


bollia là giuso una pegola spessa, 
che ’nviscava la ripa d’ogne parte.

I’ vedea lei, ma non vedea in essa 


mai che le bolle che ’l bollor levava, 
e gonfiar tutta, e riseder compressa.

Mentr’io là giù fisamente mirava, 


lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!», 
mi trasse a sé del loco dov’io stava.

Allor mi volsi come l’uom cui tarda 


di veder quel che li convien fuggire 
e cui paura sùbita sgagliarda,
che, per veder, non indugia ’l partire: 
e vidi dietro a noi un diavol nero 
correndo su per lo scoglio venire.

Ahi quant’elli era ne l’aspetto fero! 


e quanto mi parea ne l’atto acerbo, 
con l’ali aperte e sovra i piè leggero!
L’omero suo, ch’era aguto e superbo, 
carcava un peccator con ambo l’anche, 
e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo.
Del nostro ponte disse: «O Malebranche, 
ecco un de li anzian di Santa Zita! 
Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche
a quella terra che n’è ben fornita: 
ogn’uom v’è barattier, fuor che Bonturo; 
del no, per li denar vi si fa ita».

Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro 


si volse; e mai non fu mastino sciolto 
con tanta fretta a seguitar lo furo.

Quel s’attuffò, e tornò sù convolto; 


ma i demon che del ponte avean coperchio, 
gridar: «Qui non ha loco il Santo Volto:
qui si nuota altrimenti che nel Serchio! 
Però, se tu non vuo’ di nostri graffi, 
non far sopra la pegola soverchio».

Poi l’addentar con più di cento raffi, 


disser: «Coverto convien che qui balli, 
sì che, se puoi, nascosamente accaffi».

Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli 


fanno attuffare in mezzo la caldaia 
la carne con li uncin, perché non galli.

Lo buon maestro «Acciò che non si paia 


che tu ci sia», mi disse, «giù t’acquatta 
dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia;
e per nulla offension che mi sia fatta, 
non temer tu, ch’i’ ho le cose conte, 
perch’altra volta fui a tal baratta».

Poscia passò di là dal co del ponte; 


e com’el giunse in su la ripa sesta, 
mestier li fu d’aver sicura fronte.

Con quel furore e con quella tempesta 


ch’escono i cani a dosso al poverello 
che di sùbito chiede ove s’arresta,
usciron quei di sotto al ponticello, 
e volser contra lui tutt’i runcigli; 
ma el gridò: «Nessun di voi sia fello!
Innanzi che l’uncin vostro mi pigli, 
traggasi avante l’un di voi che m’oda, 
e poi d’arruncigliarmi si consigli».

Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»; 


per ch’un si mosse - e li altri stetter fermi -, 
e venne a lui dicendo: «Che li approda?».

«Credi tu, Malacoda, qui vedermi 


esser venuto», disse ’l mio maestro, 
«sicuro già da tutti vostri schermi,
sanza voler divino e fato destro? 
Lascian’andar, ché nel cielo è voluto 
ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro».
Allor li fu l’orgoglio sì caduto, 
ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi, 
e disse a li altri: «Omai non sia feruto».
E ’l duca mio a me: «O tu che siedi 
tra li scheggion del ponte quatto quatto, 
sicuramente omai a me ti riedi».

Per ch’io mi mossi, e a lui venni ratto; 


e i diavoli si fecer tutti avanti, 
sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;
così vid’io già temer li fanti 
ch’uscivan patteggiati di Caprona, 
veggendo sé tra nemici cotanti.

I’ m’accostai con tutta la persona 


lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi 
da la sembianza lor ch’era non buona.

Ei chinavan li raffi e «Vuo’ che ’l tocchi», 


diceva l’un con l’altro, «in sul groppone?». 
E rispondien: «Sì, fa che gliel’accocchi!».

Ma quel demonio che tenea sermone 


col duca mio, si volse tutto presto, 
e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!».

Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo 


iscoglio non si può, però che giace 
tutto spezzato al fondo l’arco sesto.
E se l’andare avante pur vi piace, 
andatevene su per questa grotta; 
presso è un altro scoglio che via face.
Ier, più oltre cinqu’ore che quest’otta, 
mille dugento con sessanta sei 
anni compié che qui la via fu rotta.
Io mando verso là di questi miei 
a riguardar s’alcun se ne sciorina; 
gite con lor, che non saranno rei».

«Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina», 


cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo; 
e Barbariccia guidi la decina.
Libicocco vegn’oltre e Draghignazzo, 
Ciriatto sannuto e Graffiacane 
e Farfarello e Rubicante pazzo.

Cercate ’ntorno le boglienti pane; 


costor sian salvi infino a l’altro scheggio 
che tutto intero va sovra le tane».

«Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?», 


diss’io, «deh, sanza scorta andianci soli
se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio.
Se tu se’ sì accorto come suoli, 
non vedi tu ch’e’ digrignan li denti, 
e con le ciglia ne minaccian duoli?».

Ed elli a me: «Non vo’ che tu paventi; 


lasciali digrignar pur a lor senno, 
ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti».

Per l’argine sinistro volta dienno; 


ma prima avea ciascun la lingua stretta 
coi denti, verso lor duca, per cenno; 
ed elli avea del cul fatto trombetta.

Così di ponte in ponte, parlando di cose che la commedia non racconterà, arrivammo all’altro ponte, ed eravamo nel punto più alto, quando
Restammo a guardare l’altra bolgia e altri lamenti; e la vidi incredibilmente oscura.
Come nell’Arsenale di Venezia in inverno bolle la pece per riparare le aste di legno rotte delle navi che non possono navigare, (intanto c’è chi costruisce una nave nuova e chi ripara le fiancate di quelle che fecero molti viaggi in mare;
c’è chi batte i chiodi da proda e chi da poppa; altri aggiustano i remi e altri avvolgono le sartie; altri rappezzano il terzerolo e l'artimone);
Nella bolgia non grazie al fuoco ma per un’arte divina, bolle la pece che invischiava ogni parete della bolgia.

Io vedevo la pece ma in essa vedevo solo bolle che affioravano in superficie, che la gonfiavano tutta per poi abbassarsi.


Mentre io fissavo in giù, il mio maestro, mi disse “guarda, guarda!” e mi trirò a se dal posto in cui stavo.


Allora mi girai come un uomo che era ansioso di guardare ciò che dovrebbe fuggire e la cui paura lo priva dal scappare dal luogo pericoloso, e che mentre osserva non esita a partire : vidi dietro di noi un diavolo nero che stava correndo sul ponte verso di noi.


Ah, quanto aveva l’alpetto feroce! Equanto mi sembrava crudele,mentre correva rapido con le ali aperte!


La sua spalla appariva alta e rialzata, caricava un peccatore che stava a cavalcioni , tenuto per le caviglie.
Da ponte in cui eravamo disse: “malebranche, ecco uno degli anziani di Santa Zita! Buttatelo nella pece, mentre io torno in quella terra che è piena di peccatori: dove ogni uomo è un barattiere, al di fuori di Bonturo, là ogni no per i soldi diventa un si”

Lo buttò giù nella pece e si girò verso la roccia del ponte; neppure un mastino era più veloce nel insegiure un ladro.


Il dannato si immerse e tornò a galla pieno di pece; ma i demoni che controllano dal ponte gridano: “qui non c’è il Redentore, qui si nuota diversamente che nel fiume Serchio! Quindi se non vuoi i nostri tormenti non emergere dalla pece”


Poi lo aafferrarono con più di cento uncini, e dissero: “qui ti conviene ballare coperto, così, se puoi, arraffi di nascosto”


Ugualmente i cuochi dicono ai loro vassalli di immergere i pezzi di carne con gli uncini, per non farli galleggiare.


Virgilio mi disse: “affinchè non sembra che tu ci sia, nasconditi dietro una roccia, così che ti ripari e non temere che qualsiasi offesa mi si rivolga, io so già cosa devo fare poichè conosco la situazione avendola già vissuta.


Poi andò al di là del ponte: e appena giunse alla riva della bolgia il maestro ostentò un animo e un volto sicuro.

Con lo stessa aggressività e furia con cui i cani abbaiano contro il povero mendicante che si ferma e chiede l’elemosina da quel punto,


i diavoli uscirono da sotto il ponte e si rivolsero contro Virgilio con tutti i bastoni uncinati; ma lui gridò: «Nessuno di voi sia malvagio!
Prima che la vostra forca mi prenda, si faccia avanti uno di voi che mi ascolti, e poi decidete se è il caso o meo di uncinarmi”

Tutti gridarono: “vai MALACODA!” per cui uno si fece avanti e tutti gli altri stettero fermi, giunse davanti a Virgilio e disse:” perchè siete qui?”


“Malacoda, tu credi che sia venuto, sicuro dalle vostre minacce, senza avere il volere divino e un destino favorevole?


Lasciaci andare, che è Dio che vuole che io mostri ad un altro il cammino”

Allora al diavolo cadde l’orgoglio e lasciò cadere l’uncino e disse agli altri:” non fategli del male”


Virgilio si rivolse a me :” tu che ti nascondi quatto quatto dietro la roccia, puoi venire da me senza pericolo.


Per cui io mi mossi e lo raggiunsi e i diavoli si facevano avanti, così da farmi temere che non rispettassero i patti, allo stesso modo vidi temere i fanti che uscivano dal castello di Caprona secondo i termini della resa, vedendosi tra tanti nemici.


Io mi avvicinai a Virgilio con tutto me stesso e non staccavo gli occhi dal viso dei diavoli che era poco rassicurante.


Loro abbassavano gli uncini e si dicevano l’uno con l’altro: “ vuoi che lo tocchi sulla schiena?” e rispondevano: “ si, fa in modo di colpirlo”


Ma quel demonio che teneva il discorso con Virgilio, si girò rapidamente e disse:” sta fermo, SCARMIGLIONE” (nome = scompiglia le cose, rovinandole)


Poi disse a noi: “oltre questo ponte non si può andare, poichè è tutto crollato fino alla sesta bolgia.
E se volete andare avanti, procedete su questo argine, vicino c’è un altro ponte che vi permetterà di passare.
Ieri e più 5 ore più tardi di quest’ora, di 1266 anni fa la via fu rotta.
Io mando in quella direzione i miei diavoli per controllare che nessun dannato esca dalla pece; andate con loro, si comporteranno bene».
Cominciò a dire: «Fatevi avanti, Alichino e Calcabrina, e tu, Cagnazzo; e Barbariccia sia a capo dei dieci diavoli.
Vengano inoltre Libicocco e Draghignazzo, Ciriatto dalle lunghe zanne e Graffiacane, Farfarello e Rubicante pazzo.

Perlustrate la pece bollente; loro devono essere salvi fino all’altro ponte con il quale avranno accesso all’altra bolgia”


Dissi: “Ahimè, maestro, cosa sto vedendo? Per favore, andiamo laggiù senza guida, se tu sai la strada; io non la chiedo di sicuro.


Se sei saggio come al solito, non vedi che i diavoli digrignano i denti e ci lanciano occhiate minacciose?”

E lui a me: “non voglio che tu abbia paura; lascia che dirigano i denti e che ci lanciano le occhiate minacciose”


Girarono per l’argine sinistro; ma prima tutti avevano fatto una linguaccia verso Barbariccia, come un segnale; e lui aveva risposto emettendo uno sconcio rumore col sedere.



Diavoli: hanno in generale un aspetto feroce, sono neri e dotati di ali; pensano sempre " di mal fare ad altrui " (Buti), straziano i dannati, oltre che con gli unghioni, con i raffi o runcigli (XXII 70-74), di cui si servono all'occorrenza per ficcarli dentro (XXI 52-57) o tirarli fuori dalla pegola(pece) spessa (XXII 34-36).
Malacoda: è il capo di questi diavoli (essi stesso lo indicano come tale in coro), ed ha un linguaggio piuttosto forbito rispetto agli altri più sguaiati e giullareschi. Il suo aspetto fisico non è descritto da alcun aggettivo. Solo dal nome possiamo desumere almeno che in tutta probabilità egli avesse una coda.
Gerione: personaggio della mitologia classica, figlio di Crisaore e Calliroe definito «tricefalo» da Esiodo mentre la tradizione successiva lo descrisse con tre busti uniti all'altezza del bacino. Secondo la leggenda era il custode delle vacche che Ercole, su incarico di Euristeo, gli sottrasse dopo averlo ucciso. Dante lo colloca a guardia delle Malebolge ed evoca allusivamente la sua figura alla fine del Canto XVI dell'Inferno, quando il poeta porge a Virgilio la corda che porta ai fianchi tutta annodata e ravvolta, che il maestro getta nell'alto burrato come un segnale per chiamare il personaggio. Poco dopo Dante vede avvicinarsi dal basso una strana figura, che sembra nuotare nell'aria spessa e oscura: è Gerione, che all'inizio del Canto XVII viene descritto come un mostro con la faccia d'uom giusto, il busto di serpente, due zampe artigliate e pelose che arrivano alle ascelle, il dorso e il petto dipinti con nodi e rotelle in modo simile ai drappi persiani, una coda biforcuta che ha al fondo un pungiglione avvelenato simile a quello di uno scorpione. Mentre Virgilio parla con Gerione per convincerlo a portarli sulla sua groppa in fondo al burrone, Dante va a visitare da solo gli usurai, quindi torna indietro e trova Virgilio già salito sulla schiena del mostro. Virgilio invita Dante a salire davanti, poiché il maestro vuole frapporsi tra il discepolo e la coda, quindi ordina a Gerione di scendere. Il mostro si stacca dalla parete rocciosa come una nave che si allontana dal molo e inizia a nuotare nell'aria, muovendo la coda come un'anguilla e agitando le zampe pelose. Dopo una lenta discesa i tre arrivano sul fondo del burrato, nelle Malebolge, e qui Gerione si posa a terra come un falcone richiamato dal padrone e si dilegua, simile a una freccia scagliata dall'arco.

Pàrtiti, bestia: ché questi non vene
ammaestrato da la tua sorella,
ma vassi per veder le vostre pene».

Vattene via, bestia: infatti costui non viene seguendo le istruzioni di tua sorella (Arianna), ma va a vedere le vostre pene».

Io avea una corda intorno cinta,
e con essa pensai alcuna volta
prender la lonza a la pelle dipinta.

Io avevo intorno ai fianchi una corda, con la quale tempo prima avevo pensato di catturare la lonza dalla pelle chiazzata.

E quella sozza imagine di froda
sen venne, e arrivò la testa e ’l busto,
ma ’n su la riva non trasse la coda.

E quella sudicia immagine di frode si avvicinò, sporgendo la testa e il busto ma tenendo la coda lontana dall'orlo.

Ahi quant’elli era ne l’aspetto fero!
e quanto mi parea ne l’atto acerbo,
con l’ali aperte e sovra i piè leggero!

Ah, quanto mi sembrava feroce nell'aspetto! e come mi pareva crudele nei suoi atti, mentre correva agilmente coi piedi e le ali spalancate!
Dante descrive Gerione come una sozza imagine di froda, quindi come la rappresentazione visiva del peccato punito nell'VIII Cerchio di cui il mostro è sicuramente il custode. La trasformazione del personaggio classico è notevole (come già per Minosse e come si vedrà per Caco, il centauro della Bolgia dei ladri), con l'aggiunta di particolari quali il volto dell'uomo giusto e il corpo di serpente che sono chiaramente riferiti alla frode, anche se non è chiaro da dove Dante li abbia desunti. Di certo già nella letteratura antica Gerione era una figura negativa, che nutriva i suoi buoi di carne umana e che per questo fu ucciso dall'eroe Ercole; era incluso tra le divinità dell'Oltretomba e lo stesso Virgilio lo pone tra i custodi dell'Averno, indicandolo come forma tricorporis umbrae (Aen., VI, 289). Dante probabilmente ne arricchisce la figura con particolari fantastici, quali ad esempio il dragone dell'Apocalisse e la coda biforcuta e velenosa dello scorpione, alludendo al fatto che chi imbroglia è sempre pronto a colpire le sue vittime (anticamente si pensava che lo scorpione pungesse con la coda avvelenata). Infine i nodi e le rotelle dipinte su schiena e petto rimandano probabilmente agli intrecci e ai maneggi dell'inganno
Centauri
Picture
G. Doré, I centauri
Creature del mito classico, umani fino alla cintola e col resto del corpo equino, sulla cui origine ci sono varie versioni (figli di Issione e di una nuvola, di un capostipite chiamato Centauro...). Erano spesso rappresentati come cacciatori armati di arco e frecce, ma anche come esseri legati all'Oltretomba: Virgilio li colloca all'ingresso dell'Ade, nel libro VI dell'Eneide.
Dante li pone nel primo girone del VII Cerchio dell'Inferno, dove sono i puniti i violenti contro il prossimo: i centauri hanno il compito di saettare i dannati immersi nel Flegetonte, qualora questi emergano più del dovuto. Sono introdotti nel Canto XII, dove vengono nominati tre di loro: Chirone, figlio di Crono e Filira, mitico precettore di Achille; Nesso, che si era invaghito di Deianira e aveva tentato di rapirla, venendo ucciso da Ercole (prima di morire il centauro aveva dato alla donna la tunica pregna di sangue avvelenato che poi avrebbe ucciso Ercole stesso); Folo, che alle nozze di Ippodamia e Piritoo tentò (ubriaco) di rapire la sposa e scatenò la guerra coi Lapiti.
Il primo a parlare è Nesso, che scambia i due poeti per dannati ed è zittito da Virgilio che vuol parlare solo con Chirone (questi sembra essere il capo della schiera). Quindi Virgilio spiega la situazione a Chirone, il quale incarica Nesso di prendere sulla groppa Dante e fargli guadare il fiume di sangue. Il centauro obbedisce e indica a Dante diversi dannati, prima di deporlo sull'altra sponda del Flegetonte, nel secondo girone.
Associato ai centauri è anche Caco, il mostro incluso nella VII Bolgia dell'VIII Cerchio: contrariamente a come veniva descritto dai poeti classici, Dante dirà (Inf., XXV, 16 ss.) che è un centauro anch'esso e che non è insieme ai suoi fratelli per il furto compiuto ai danni di Ercole. I centauri sono citati anche come esempio di gola punita all'uscita della VI Cornice del Purgatorio (XXIV, 121-123), dove la voce ricorda i maladetti / ne' nuvoli formati, che, satolli, / Teseo combatter co' doppi petti, alludendo al tentativo di rapire Ippodamia il giorno delle sue nozze con Piritoo.
Minotauro
Personaggio della mitologia classica, nato dalla mostruosa unione di Pasifae, moglie del re di Creta Minosse, e di un bellissimo toro bianco di cui la donna si era invaghita. Il mostro fu relegato nel labirinto creato da Dedalo e ucciso da Teseo con l'aiuto di Arianna, figlia di Minosse, che gli fornì il filo necessario a ritrovare l'uscita.
Dante lo colloca a guardia del VII Cerchio dell'Inferno dove sono puniti i violenti e lo introduce all'inizio del Canto XII. Il mostro, non appena vede Dante e Virgilio, si morde dalla rabbia ma il poeta latino lo ammansisce ricordandogli che nessuno dei due è Teseo e che Dante non è lì ammaestrato dalla sorella Arianna, bensì per vedere le pene dei dannati. Il demone a quel punto si allontana saltellando come un toro che ha ricevuto il colpo mortale.
Il Minotauro era spesso accostato al peccato di lussuria per le sue mostruose origini (Pasifae aveva fatto costruire una falsa vacca nella quale nascondersi ed essere ingravidata dal toro), tuttavia Dante ne fa il simbolo della violenza in quanto condivide natura umana e bestiale. Alcuni commentatori hanno ipotizzato che il Medioevo, Dante incluso, lo rappresentasse con corpo taurino e testa umana, ma è quasi certo che Dante lo intendesse secondo l'iconografia classica, con corpo umano e testa di toro.
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