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La via maestra ci conduce poi verso il 

Casal Soprano. Lungh’essa possiamo no-

tare una colonna, che il popolo chiama 

Monte Oliveto, sormontata da una croce 

trilobata e che poggia su uno s  lobate 

quadrangolare a tre gradini; alla base vi è 

incisa la data 1613. Un tempo qui si bifor-

cava la via pubblica per accedere al fi ume 

Jandolo, su cui erano costrui   alcuni mu-

lini, i cui ruderi sono ancora visibili, ma in 

territorio del Comune di Pollica.

Andando oltre passiamo davan    al 

cimitero, ristru  urato con pietre a fac-

cia vista, perfe  amente inserito nell’am-

biente, ove, oltre al monumento ai ca-

du   di tu  e le guerre, sorge la cappella 

che custodisce la statua dell’Addolorata 

del 1716. Questa è ogge  o di profonda 

venerazione da parte dei Sanmauresi. Si 

narra che durante la cares  a e siccità del 

1764 venne fa  a una processione con la 

sacra icona, come allora si usava in simili 

circostanze; la Madonna fece il miracolo 

e piovve abbondantemente. Era il lunedì 

in Albis e da allora ogni anno in questo 

giorno viene ripetuta la processione. Du-

rante la se   mana successiva la statua, 

collocata nella chiesa parrocchiale tra de-

cine di candele vo  ve, è centro di culto 

anche per numerosi pellegrini che giun-

gono dai paesi vicini. Il sabato si svolge la 

fi era e la domenica è il giorno della festa 

grande. Prima della processione “del ri-

torno”, vive ancora l’usanza dell’arriff o: 

gruppi di ci  adini si contendono l’onore 

di portare la statua con off erte in danaro. 

La cappella è il risultato di alcuni inter-

Madonna Addolorata - Par  colare

Casal So  ano - Monte Oliveto

Casal Soprano


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ven   fa    agli inizi del Se  ecento quan-

do divenne sede della Congregazione 

dei Se  e Dolori, una confraternita che 

si occupava dell’incen  vazione del culto 

dell’Addolorata. Ma la sua origine è an  -

chissima: forse, nel suo impianto origina-

rio, risale all’VIII secolo, all’epoca del prin-

cipe Arechi che nel 774 dona alcune terre 

alla chiesa di Santa Sofi a di Benevento 

nella località Quarrata: che in tal modo 

veniamo ad apprendere come il primo 

insediamento abita  vo di quello che sarà 

poi San Mauro Cilento. Il   tolo originario

infa   , della chiesa era appunto Santa 

Sofi a e rappresentò il primo luogo spi-

rituale di mol   profughi della caduta di 

Costan  nopoli nel 1453 che, rifugia  si a 

San Mauro, quivi apposero delle iscrizio-

ni (copia su marmo sono nel Museo Ele-

ousa) a tes  monianza della loro venuta. 

Furono costoro che la ristru   urarono e la 

tennero anche dopo che ebbero costrui-

ta un’altra loro cappella, quella dello Spi-

rito Santo.

La cappella reca un’unica an  ca  te-

s  monianza: un piccolo pozzo di acqua 

sorgiva che si vede ancora conservato 

alla sinistra del presbiterio, addossato 

al muro di fondo e che presumibilmen-

te era il fonte ba  esimale della vecchia 

chiesa nella quale rimase a lungo in vigo-

re in rito greco. 

La strada ci conduce ora davan   alla 

cappella del Carmine, un tempo con-

vento carmelitano, soppresso nel 1652. 

Sulla facciata una piccola lapide ricorda 

che fu ricostruita nel 1732 e ristru  urata 

nel 1871. Restaurato di recente il picco-

lo complesso conventuale comprende la 

chiesa e alcuni locali a   gui, anche ques   

restaura   alcuni anni or sono. La chiesa, 

con la sugges  va volta a bo  e, è ad una 

navata, absidata; i suoi arredi e le statue, 

restaurate di recente, sono oggi custodi   

nel Museo Eleousa; conserva ancora sul-

la volta il bell’aff resco della Madonna del 

Carmelo. 

Il mo  vo che ci induce a parlare di più 

di essa, è il fa  o che so  o l’abside semi-

circolare vi è una gro   a scavata nella roc-

cia e che volge a Levante. Si raccontava 

nei secoli passa   che qui sorgeva un tem-

po un cenobio basiliano che divenne poi 

monastero benede   no, prima che vi fos-

se costruito il convento carmelitano. Se 

parliamo di Basiliani o monaci italo-greci, 

dobbiamo ricordare le laure, cioè grot-

te o cavità di alberi dove essi vivevano e 

che erano sempre rivolte a Levante non 

solo per accogliere il tepore dei raggi del 

sole, ma anche per ricordare la patria 

d’origine. È il caso di questa gro  a, signi-

fi ca  vamente e miracolosamente con-

servata so  o l’abside della chiesa? Que-

sta ipotesi non va rige  ata a priori, se 

non altro per la sua sugges  one. 

Di fronte, una breve strada rotabi-

le porta al nucleo abitato de  o Vallon-

Casal Soprano



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gella, che conserva tu     cara  eri   pici 

di un agglomerato rurale, di recente ben 

ristru   urato nelle vie e nella piccola piaz-

za, da cui si dipartono alcune viuzze che, 

a  raversato il breve abitato, si danno 

verso l’aperta campagna. Una di queste 

si svolge verso il torrente Camarano sul 

quale sono ancora ben visibili i ruderi di 

vecchi mulini ad acqua, in parte ben con-

serva  .

Da qui, proseguendo, è possibile av-

venturarsi nei numerosi vicoli del Ra  o, 

rimas   inta    nella loro stru  ura rurale. 

Segnaliamo, tra l’altro, verso l’estremità 

bassa del paese, un sugges  vo arco co-

struito coi ciaramituli, cilindri di terracot-

ta vuo   all’interno che, per la loro leg-

gerezza, venivano largamente usa    per 

questo   po di stru  ure; essi erano fab-

brica   sul posto nelle due fornaci a   ve 

almeno fi no agli inizi del secolo scorso. 

Ritorna   sulla Provinciale, possiamo 

imboccare la vecchia via che ci porta nel 

Casal Soprano, e sbocca in Piazza San 

Nicola che deriva il suo nome dall’an  -

chissimo luogo di culto che oggi vediamo 

nella veste acquisita dopo i restauri degli 

anni Novanta eff e  ua   sulle stru  ure ri-

costruite nel 1932. 

È possibile raggiungere lo stesso luogo 

imboccando, dalla Provinciale, poco più a 

monte un tra  o della vecchia Via Pubbli-

ca, ancora in parte lastricata, costeggiata 

da un muro divisorio lungo tu  o il bre-

ve percorso an  co che ancora si scorge. 

Esso ci porta dietro la chiesa di San Nicola 

e di qui sulla piazze  a ad essa an  stan-

te, dominata dal palazzo dei Mazzarella, 

che il popolo chiama la Corte. No  amo 

subito l’impianto diverso delle case, più 

raccolte, più rudimentali. 

Seguendo poi la strada rotabile che at-

traversa l’an  ca piazza Serra (oggi Piazza 

Autari Mazzarella), raggiungiamo l’an  -

chissimo nucleo abita  vo di Sorren  ni. 

La prima no  zia di esso risale al 1187; 

farà parte della Baronia del Cilento a par-

 re dal 1276 e diventerà un casale del 

feudo di San Mauro a par  re dal 1376. Al 

centro vi è la cappella dell’Immacolata, di 

patronato dei Majuri, la cui prima no  zia 

Casal Soprano

Casal Soprano - Via Vallongella



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si ha verso la metà del XVI secolo e già vi 

si venerava un quadro della Vergine.

Andando oltre si raggiunge la località 

Chiaromana dove è possibile fare lunghe 

passeggiate sia sul tracciato stradale prin-

cipale sia inerpicandosi dentro il bosco 

ceduo fi no a giungere all’area a  rezzata 

soprastante o proseguire verso la sor-

gente dei san   dove è possibile rifornir-

si d’acqua naturale ed oligominerale. Di 

recente vi sono state individuate alcune 

stru   ure che rimandano ad epoche stori-

che molto an  che.

Da qui una via comunale spinge ai due 

mulini ad acqua si   in località Pantana 

che sono dei manufa    piccoli, realizza   

in economia, sfru  ando le risorse locali, 

ma con una certa sapienza costru   va 

che sfru  ava dislivelli al  metrici ravvici-

na  , ideali per la caduta dell’acqua sulle 

ruote. Sia il canale che il mulino erano co-

strui   u  lizzando l’arenaria che abbonda 

lungo l’alveo del fi ume di “Chiaromana”, 

il Camarano. Nella costruzione di un mu-

lino, erano considera   diversi elemen  

tu    ugualmente importan  : l’acqua, ed 

il sistema di derivazione che perme  e 

di trasportarla dal fi ume alla ruota nel-

la quan  tà ed alla velocità ritenute ne-

cessarie; la ruota idraulica, orizzontale 

o ver  cale; l’apparato macinante vero e 

proprio; gli arnesi necessari per la stac-

ciatura del prodo  o macinato; i suppor   

ed i collegamen   tra le par  .

Più a Sud è da segnalare il centro abi-

tato scomparso di Staviani, al di là del 

torrente Camarano, de  o nei documen   

«Fiume di Staviani», e che si era svilup-

pato a  orno all’edicola di San Giovanni 

della quale, nel secolo scorso, a dire del 

Ven  miglia, ancora si vedevano gli avanzi 

e «altri ro  ami».

Casal Soprano

Casal Soprano - Via Sorren  ni

Casal Soprano - Panorama



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LA VIA DEI FIORI GENTILI

Il nostro viaggio termina sul monte 

della Stella. Da San Mauro è possibile 

raggiungerne la ve  a (m. 1131) seguen-

do una vecchia mula   era che parte da 

Casal Soprano dopo aver a  raversato le 

vecchie for  fi cazioni del palazzo barona-

le; vi si può accedere anche tramite una 

strada rotabile che parte da Omignano. 

Questa montagna, a par  re dal XVII 

secolo, è stata ogge  o di ampi studi sto-

rici i quali, anche se con opinioni a volte 

contrastan  , hanno vivacizzato l’inte-

resse su di essa, specie circa la ques  o-

ne su quale fosse la “ci  à” che sorgeva 

sul pianoro della sommità e quale la sua 

funzione. Oggi l’opinione più accreditata 

sembra essere la seguente: l’oronimo at-

tuale di “Monte della Stella” si è imposto 

nel XV secolo, quando vi sorse il santua-

rio in  tolato alla Madonna della Stella. Il 

nome originario, an  chissimo era Monte 

Cilento, nel quale si può individuare una 

radice paleomediterranee. Qui sorse un 

borgo for  fi cato probabilmente in se-

guito alle incursioni dei barbari nel V-VI 

secolo che costrinsero gli abitan    della 

fascia cos  era tra Velia e Paestum a rifu-

giarsi in luoghi montani. Costoro u  lizza-

rono come difesa naturale quegli enormi 

blocchi di arenaria che il popolo chiama 

li Mòrge e che a mo’ di mura circondano 

la ve  a da sud-ovest a nord-est. Tra il VII 

e l’VIII secolo, caduto in mano ai Longo-

bardi, divenne sede di Gastaldato (circo-

scrizione militare e amministra  va). All’e-

poca il nome della fortezza era Lucania e 

dopo la metà del X secolo, per le mutate 

condizioni storiche, si chiamò Cilento, 

che diede il nome alla zona circostante; 

alla  fi ne dell’XI secolo, infa   , l’oronimo 

era già coronimo. 

Gli ul  mi pastori sono oggi i frequen-

tatori più assidui di ques   luoghi, domi-

na   dal silenzio, interro  o a tra     dal 

suono dei campanacci delle mandrie. Essi 

hanno anche determinato la toponoma-

s  ca in quanto da tempo immemorabile 

hanno usato dare i nomi a rocce o sor-

gen   che dovevano cos  tuire i loro pun   

di riferimento. Sono nomi che richiama-

no le an  che funzioni della montagna e 

ricordano l’an  co insediamento militare 

(es. Piano delle Cor  , Piano della Rocca, 

Le Chiuse, ecc.) o i primi frequentatori 

medievali, gli eremi   (es. Sorgente dei 

San  , Acqua dei Monaci, ecc.) che qui 

avevano come centro di culto l’edicola di 

San Marco. 

Questa, a par  re dall’XI secolo, come 

risulta dai documen  , fu dedicata alla 

Madonna. Ignote ne sono le vicende; 

essa comunque sopravvisse nella forma 

di eremo alla stessa fortezza di Cilento. 

Certo è che dal XV secolo è stata quasi 

ininterro  amente meta di pellegrinaggio 

e la stessa montagna è considerata anco-

ra oggi il centro naturale del Cilento ed 

Il Monte Stella



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un punto di riferimento per gli abitan   

sparsi sulle sue pendici. 

Il pellegrinaggio aveva un tempo un 

suo rituale. I fedeli vi giungevano la mat-

 na del 15 agosto, di buon’ora recando le 

cénte, singolare e ancestrale dono vo  vo, 

e già vi trovavano i venditori di dolciumi e 

di sorbe   , una specie di granita di neve 

che dall’inverno veniva conservata nelle 

nivère per l’occasione. I pellegrini face-

vano tre giri a  orno alla chiesa cantan-

do le strofe tradizionali “alla cilentana”, 

poi entravano a pregare la Madonna e a 

chiedere grazie. A tarda ma   nata, dopo 

la celebrazione della messa, si svolgeva 

la processione che toccava i due pun   

estremi del pianoro. Il pellegrinaggio si 

scioglieva qui. I signori De Feo, che ave-

vano il patronato della cappella alla fi ne 

del secolo scorso, usavano anche off rire i 

 mbàni, una specie di focaccia fa  a con 

maccheroni, salumi e formaggio fresco 

co    al forno. Le donne che tardavano a 

restare incinte, si recavano all’estremità 

sud delle Mòrge ove, a distanza di circa 

qua  ro metri, si erge un’enorme pietra 

alta circa dodici metri, de  a “Prètra Nzi-

tàta” (pietra dotata della capacità di ren-

dere sposa, gravida) che reca un foro alla 

sommità; in questo esse dovevano cerca-

Il Monte Stella

Monte Stella - Veduta


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re di far fermare, lanciandoli, dei sassolini 

per essere sicure che entro l’anno sareb-

bero rimaste incinte. Era un rito an  chis-

simo che aff onda le radici nel culto delle 

pietre pra  cato presso tu    i popoli pri-

mi  vi. Anche altri ri  , egualmente in uso 

tra i pellegrini, hanno la stessa origine. Le 

donne, prima di raggiungere il santuario, 

tentavano di passare a  raverso due mo-

noli   de    “Prète ru Mulàcchio”, cioè pie-

tre del fi glio illegi   mo, per poter restare 

incinte. 

Sulla sommità del monte, nel punto 

più alto del pianoro, sorge la cappella in-

 tolata alla Madonna della Stella. Dai do-

cumen   sappiamo che qui, nell’alto Me-

dioevo, vi era un’edicola dedicata a San 

Marco e che già nel 1187 vi era sorta una 

cappella denominata “Santa Maria di Ci-

lento”. È probabile che venisse abbando-

nata alla caduta della fortezza di Cilento o 

comunque vi rimase come eremo. Solo 

nel 1444 venne ria   vata da un prete, 

Angelo Sombato, che chiese al vescovo di 

Capaccio di potervisi ri  rare per condur-

re vita da eremita, con diri  o di questua. 

La fama di costui ben presto si diff use nei 

dintorni e la gente cominciò ad accorrervi 

in pellegrinaggio, anche per le indulgen-

ze che il cardinale Prospero Colonna nel 

1447 aveva accordato ai visitatori. 

Alla  fi ne del XV secolo, i Carmelitani 

che avevano fondato un convento a Mer-

cato Cilento, tra i tan   dona  vi o  enu  , 

probabilmente ebbero anche la sommi-

tà della Stella, ria   varono le “nivère” e 

ges  rono la cappella, ormai meta di un 

intenso pellegrinaggio. 

Ancora nel XVIII secolo nei locali a   -

gui vi dimoravano un frate ed un fratello 

laico che curavano il decoro della chiesa 

e accoglievano i pellegrini; e questo fi no 

al 1809 quando con la 

soppressione, il dema-

nio incamerò i beni ec-

clesias  ci. La cappella 

rappresenta un’interes-

sante tes  monianza  di 

archite  ura sacra rura-

le, essendo il risultato 

di una serie di piccoli 

interven   su un impian-

to che sostanzialmente 

è rimasto quello origi-

nario del XV secolo. L’e-

Il Monte Stella

Monte Stella - Cappella



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sterno è a blocchi di pietra squadra  , fab-

brica   a faccia vista; presenta la facciata 

trapezoidale sormontata da un   mpano. 

I muri laterali sono a guisa di contraff or-

  e con  nuano in profondità per circa 

due metri dando all’intera costruzione 

un aspe  o di severa robustezza. L’ampio 

portale in grossi blocchi di arenaria dura 

è ricavato in un arco di scarico e sormon-

tato da lucernario re  angolare. Sul bor-

do del sagrato, alcuni blocchi di pietra 

colloca   alla meglio, recano la scri  ura 

“Et Verbum caro factum est”.

Dalla parte orientale vi sono le tre cel-

le usate un tempo dagli eremi   che cura-

vano il decoro della cappella e accoglie-

vano i pellegrini; vi si accede dalla parte 

posteriore. Ciascuno presenta la volta a 

bo  e e riceve la luce da un stre  a mono-

fora a tu  o sesto in cui sono visibili i fori 

delle inferriate. 

L’interno del santuario come si pre-

senta oggi è ad una navata, con volta a 

bo   e unghiata; sui muri laterali appaiono 

tre arcate cieche a pieno centro. Il presbi-

terio è rialzato, su base quadrata, con due 

porte laterali che imme  ono nella sagre-

s  a, ricavata nell’abside o  agonale, ben 

visibile nella parte posteriore. Davan   al 

presbiterio, negli ul  mi restauri, è emer-

sa una tomba contenente uno scheletro, 

che ha fa  o pensare ai res   mortali del 

fondatore, Angelo Sombato. 

Il Monte della Stella è caro alle gen   

del Cilento per il suo santuario e per quel-

la serie di manifestazioni tra il religioso e 

il supers  zioso che ad esso sono legate. 

Oggi è meta di un piccolo pellegrinaggio 

la domenica successiva al Ferragosto; ma 

cos  tuisce comunque un luogo carico 

di sugges  ve memorie e può diventare 

un’escursione di grande interesse pae-

saggis  co. Vi domina la foresta di casta-

gni  fi n quasi alla sommità, dove si apre 

un ampio pianoro il cui punto più alto 

è occupato dal santuario. Verso est è la 

base militare; verso nord, con una bella 

passeggiata si possono raggiungere i ru-

deri del Castelluccio che probabilmente 

era un avamposto for  fi cato. Numerose 

le sorgen  , anche se di poca portata, fi no 

a quota 900 metri. 

Aff acciandosi dal pianoro della cap-

pella lo sguardo può spaziare sulle sue 

pendici verso sud dove si scorgono, mi-

nuscole nella foschia, le sagome ben defi -

nite dei numerosi paesi, tra ques   anche 

i nuclei edilizi che formano San Mauro 

Cilento.


Il Monte Stella

Lungo la strada che porta al Monte Stella



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traduzione                                              

italiano - inglese

NATURE, CULTURE, 

MONUMENTS                                    

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