Notizie di storia religiosa di catelmonardo


Download 390.47 Kb.
bet2/5
Sana14.08.2018
Hajmi390.47 Kb.
1   2   3   4   5

La Cassa Sacra a Torre Spatola e gli ultimi feudatari

di Gregorio Maletta



Torre di Ruggiero - Palazzo Martelli

7

finora registrate a tenore delle istituzioni date da 

vostra eccellenza, i quali riguardano i monasteri di 

S. Chiara, de Carmelitani Scalzi della città di Catan-

zaro, e del monastero di S. 

Basilio della Torre di Spa-

tola. Il semplice confronto 

dello  stato  attuale  delle 

rendite  de  suddetti  luoghi 

pii collo stato antecedente 

alla soppressione, fatto su i 

volumi di registro, fa venire 

in cognizione di un notevole 

divario in somme considere-

voli a detrimento del sacro 

patrimonio,  come  può  vo-

stra eccellenza rilevare dal 

confronto che le umilio…..”

Soppressa  la  Cassa  Sacra 

nel 1796, subentrò una nuo-

va  amministrazione  stra-

ordinaria:  la  Delegazione 

Frumentaria,  ma  il  debito 

e  il  deficit  rimase  sempre 

consistente,  allorché  alcu-

ne partite di censi vennero 

estinte  attraverso  la  Cassa 

di Ammortizzazione.

Gli anni che vanno dal 1796 

fino al 1806 (anno della legge dell’eversione della 

feudalità)  furono  anni  di  storia  drammatica  per  il 

regno di Napoli, si aprì allora la prima grossa frattura 

tra il movimento riformatore e la dinastia borbonica 

e si riacutizzo la tensione nelle campagne. Il piccolo 

casale di Torre Spatola dopo essere stato sotto il do-

minio feudale di Ruggero il Normanno dei Carafa, dei 

Ravaschieri, dei Caracciolo, dei Diaco, nel 1720 viene 

acquistato da Donna Cecilia Diano. Nel 1756 donna 

Cecilia Diano muore e lascia Torre Spatola al figlio 

Barone Francesco Ubaldini 

di  Catanzaro,  il  quale  a 

sua volta muore nel 1788, 

subentra  ufficialmente  nel 

1790 il figlio Ignazio Ubal-

dini il quale rimarrà come 

ultimo  feudatario  di Torre 

Spatola  fino  al  2  agosto 

1806 anno in cui viene pro-

mulgata la legge di eversio-

ne della feudalità. La legge 

del 1806 non fu sufficiente 

per  assicurare  l’attuazione 

della  riforma  in  maniera 

completa,  il  quadro  venne 

completato con il Real De-

creto del 3 dicembre 1808 

secondo cui ogni Intendente 

aveva il compito di prepa-

rare i progetti e trasmettere 

l’entità dei diritti che gli ex 

baroni  conservavano.  La 

considerazione che va fatta 

è che allo sfruttamento delle 

popolazioni  di  tipo  feuda-

le, subentrò il ceto borghese ben più oppressivo e 

autoritario, il quale comunque stimolò una mobilità 

ed una distribuzione della ricchezza più ampia nelle 

varie classi sociali, consentendo una crescita ed un 

progresso legato alle nuove dinamiche che si affac-

ciavano nel Regno Borbonico in generale e a Torre 

Spatola in particolare.



continua da pag. 6

Torre di Ruggiero - Scorcio centro storico

E’ vietata ogni riproduzione, anche parziale, degli 

articoli  contenuti  sul  Periodico  La  Barcunata, 

senza autorizzazione scritta della Redazione.

Ogni articolo pubblicato rispecchia esclusivamen-

te 

il pensiero dell’Autore.

ABBONAMENTI 2011

Italia € 20,00 - Estero € 30,00

Abbonamento Sostenitore € 100,00

Versamento da effettuarsi su c/c postale

n. 71635262 intestato a Bruno Congiustì

8

Poeta e patriota, nacque a Genova nel 1827 da un Am-

miraglio della marina sarda  e dalla marchesa Adelaide 

Zoagli Lomellini. Morì a Roma nel 1849 a soli  22 anni. 

Goffredo  Mameli,  rivelò  presto  una  grande  sensibilità 

poetica e fu l’interprete spontaneo degli entusiasmi che 

trascinarono gli Italiani ai moti del 1848. Frequentò molti 

intellettuali dell’ambiente genovese come Jacopo Sanvi-

tale, Teresa Doria e Giuseppe Canale e, nonostante la sua 

breve esistenza, fu un poligrafo di grande cultura assai 

attivo anche sul campo politico. Partecipò attivamente 

alle “Cinque giornate di Milano”, conobbe Mazzini e, 

quando fu proclamata la Repubblica Romana, accorse a 

Roma. Divenuto aiutante di campo e stretto collaboratore 

di Garibaldi, partecipò ad alcuni scontri e rimase ferito 

ad una gamba durante il combattimento sul Gianicolo. 

La ferita mal curata lo condusse alla morte. Le sue poe-

sie furono molto popolari durante il Risorgimento. Così 

scrisse Mazzini: “Per me, per noi profughi da venti anni 

e invecchiati nelle delusioni, egli era come una melodia 

della giovinezza, come un presentimento di tempi che noi 

non vedremo, nei quali l’istinto del bene e del sacrificio 

vivranno inconsci nell’anima umana, e non saranno, come 

la nostra virtù, frutto di lunghe battaglie durate. La sua 

aveva tutta quanta l’ingenua bellezza dell’innocenza”.  

Mameli compose l’inno “Fratelli d’Italia” in quel clima di 

entusiasmo e di speranze che si era diffuso anche a Genova 

nel settembre del 1847, in seguito alle riforme effettuate 

da Pio IX nello Stato Pontificio. L’inno, musicato dal ge-

novese Michele Novaro, divenne ben presto così popolare 

che tutti i patrioti lo impararono a memoria e lo cantarono 

sui campi di battaglia nel 1848-49. Così scrisse Giosuè 

Carducci: “Io ero ancora fanciullo, ma queste magiche 

parole, anche senza la musica, mi mettevano i brividi per 

tutte le ossa; e anche oggi, ripetendole, mi si inumidiscono 

gli occhi”. Sarebbe  interessante scoprire se il Mameli, 

aiutante di campo di Garibaldi, amico di Mazzini, Bixio 

e altri autorevoli personaggi del Risorgimento Italiano si 

sia incontrato con il sannicolese Antonio Garcea, autore-

vole protagonista del risorgimento nel meridione d’Italia, 

anch’egli stretto collaboratore di Garibaldi.  L’inno è un 

ardente  invito agli Italiani, perché si uniscano e, nel ri-

cordo delle glorie passate, combattano contro lo straniero, 

che calpesta il suolo sacro della Patria.

L’inno “Fratelli d’Italia” noto anche come  “Inno di Ma-

meli”, è diventato l’inno nazionale dopo il 1946, anche se 

nessuno (fino ad oggi)  lo ha reso tale con formale atto le-

gislativo. Con la proclamazione della Repubblica nel 1946, 

il 12 ottobre dello stesso anno, in vista dell’imminente 

giuramento delle Nuove Forze Armate (in programma per 

il 4 novembre), il Governo De Gasperi, su proposta del Mi-

nistro della Guerra, il  repubblicano Cipriano Facchinetti, 

propose di adottare come inno militare  “Fratelli d’Italia”.

Il verbale del Consiglio dei Ministri riporta, infatti: “Si 

proporrà schema di decreto col quale si stabilisca che 

provvisoriamente l’inno di Mameli sarà considerato Na-

zionale”. Ma tale schema non vide mai la luce. Provvisorio 

era e tale rimane giacchè a tutt’oggi nessuna legge lo ha 

proclamato ufficiale.



(Da una nota di Aldo A. Mola, apparso sul Corriere della Sera 

il 4 marzo 2006). 

di Giovan Battista Galati



FRATELLI  D’ITALIA

L’Inno di Goffredo Mameli

Fratelli d’Italia

L’Italia s’è desta;

dell’elmo di scipio

s’è cinta la testa.

Dov’è la vittoria?

Le porga la chioma

Chè schiava di Roma

Iddio la creò.

Stringiamoci a coorte!

Siam pronti alla morte;

Italia chiamò.

Noi siamo da secoli

Calpesti, derisi,

perché non siam popolo

perché siam divisi.

Raccoltaci un’unica 

Bandiera, una speme;

di fonderci insieme

già l’ora suonò.

Stringiamoci a coorte!

Siam pronti alla morte;

Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci;

l’unione e l’amore

rivelano ai popoli

le vie del Signore.

Giuriamo far libero il suolo 

natio:

uniti per Dio,



chi vincer ci può?

Stringiamoci a coorte!

Siam pronti alla morte;

Italia chiamò.

Dall’Alpe a Sicilia

Dovunque è Legnano;

ogn’uom di Ferruccio

ha il core e la mano,

i bimbi d’Italia

si chiaman Balilla;

Stringiamoci a coorte!

Siam pronti alla morte;

Italia chiamò.

Son giunchi che piegano

Le spade vendute;

già l’aquila d’Austria

le penne ha perdute.

Il sangue d’Italia

E il sangue polacco

Bevè col Cosacco,

ma il cor le bruciò.

Stringiamoci a coorte!

Siam pronti alla morte;

Italia chiamò. 



FRATELLI D’ITALIA

9

di Michele Roccisano



Antonio Garcea, un Eroe del Risorgimento

fra N. Bixio e G. Garibaldi

    Se si esclude il libro della moglie di Antonio Garcea, 

Giovannina Bertola, non molto si è scritto su Antonio 

Garcea e ancor meno sul fratello Graziano. Lo stesso 

libro della Bertola è quasi introvabile poiché esistono 

pochissime copie.  Ma quel libro –contrariamente a 

quanto l’Autrice si riprometteva e annunciava- non 

è completo poiché non 

racconta l’ultima e più 

importante parte dell’at-

tività del Garcea, ovvero 

quella relativa alla glo-

riosa partecipazione alla 

Spedizione  dei  Mille, 

alle eroiche imprese che 

Egli vi compì.  Non rac-

conta neppure gli ultimi 

anni di vita del Patriota, 

né riporta la documen-

tazione  e  le  note  an-

nunciate  dalla  Bertola 

come  Parte  Terza  del 

suo  libro.  Pertanto,  il 

manoscritto pubblicato 

su iniziativa de La Bar-

cunata  in  questi  giorni 

(corredato di documenti 

originali e inoppugnabi-

li) riempie le gravi lacu-

ne storiche sulle imprese 

più importanti del Gran-

de Patriota nostro con-

terraneo  (quelle  legate 

all’Impresa  dei  Mille), 

riporta  e  trascrive  la 

preziosa documentazio-

ne che comprova l’eroica partecipazione di Antonio 

Garcea a quell’impresa che, altrimenti, si sarebbero 

potuto ricostruire solo in modo  congetturale, monco 

e senza alcuna garanzia di certezza storica. Credo, 

quindi, che sia utilissimo, oltre che doveroso per una 

rivista come La Barcunata, che ha sempre avuto come 

suo scopo primario scoprire, rivisitare, valorizzare 

la storia di San Nicola Da Crissa, pubblicare quel 

prezioso documento. Non potevamo trovare modo 

migliore per festeggiare il 150° dell’Unità d’Italia. 

Oggi  riscontriamo  –grazie  a  quel  manoscritto  di-

ventato  libro-  che  le  imprese  del  Garcea  trovano 

eco e plauso nei dispacci di Garibaldi e di Bixio, nei 

giornali dell’epoca, nel 

Parlamento  sabaudo 

che  concesse  onorifi-

cenze e riconoscimenti, 

nelle  parole  di  Crispi, 

(oltre che nella stima di 

Poerio, di Settembrini 

e Castromediano di cui 

già sapevamo).

Oggi,  grazie  ai  nuovi 

documenti,  possiamo 

affermare con certezza 

che Antonio è protago-

nista e non comprima-

rio del nostro Risorgi-

mento, degno di essere 

additato come modello 

alle giovani generazio-

ni  in  un  momento  in 

cui,  purtroppo,  “non 

è  più  tempo  di  eroi”. 

Antonio Garcea ha ri-

schiato la vita mille vol-

te in mille scontri, mai 

sottraendosi al pericolo, 

anzi cercandolo e, talo-

ra, implorandolo come 

privilegio del patriota, 

sempre nelle prime file, 

esponendo il petto al piombo nemico, all’Angitola, a 

Filadelfia- come già sapevamo- ma anche, assieme ai 

Garibaldini, in Sicilia, a Scilla, a Gallipoli, a Capua, 

sulla via del Volturno. Garcea, pur appartenendo alla 

borghesia agiata di un piccolo paese, non si contentò 

di stare a guardare per poi schierarsi coi vincitori, 

mantenendo i suoi privilegi sociali e conservando al 



continua a pag. 10

Antonio Garcea - dipinto su tela di F. Bosco 1922

10

sicuro la pelle. Egli, invece, come tanti altri calabresi 

illustri, sentì forte il dovere di partecipare attivamente 

ai moti del ’48, alla spedizione dei Mille e al movi-

mento risorgimentale, mettendo in conto di perdere 

tutto, reputando che una vita oscura e senza gloria non 

meritasse di esser vissuta. E persino dopo 11 anni in 

una lurida galera, dopo infinite torture, fiaccato nel 

corpo e minato nella salute, ma non domo nello spiri-

to, volle tornare alla lotta, partecipare alla spedizione 

dei Mille, mettere  di nuovo a repentaglio la cara 

vita e la libertà. Del resto, quella dei Garcea era una 

famiglia di eroi. Suo fratello Graziano, più giovane 

di lui, era andato a difendere la gloriosa e sventurata 

Repubblica di Venezia ed era rimasto ucciso a Mar-

ghera colpito da una palla di cannone.  “Il morbo 



infuria/Il pan ci manca/ Sul ponte sventola/Bandiera 

bianca”- recita Arnaldo Fusinato in “L’ultima ora 

di Venezia”, un poeta che combattè quella battaglia 

e subì quella resa. Graziano Garcea, nato nel 1827, 

sette anni dopo Antonio, fu uno di quei giovani che 

alla bandiera bianca, alla resa per fame e per colera, 

neppure ci sono arrivati perché sono morti prima. Li 

guidava il generale calabrese Guglielmo Pepe cui 

Graziano e Antonio Garcea furono sempre cari.

   Che poi l’Unificazione si sia rivelata una beffa –

dal punto di vista economico- per noi meridionali, è 

ben altra questione che però nulla toglie né al valore 

dell’ unità d’Italia, né alla grandezza, all’eroismo di 

Graziano e Antonio Garcea (o di Carlo Poerio, o di 

Bixio, o dello stesso Garibaldi) che hanno creduto 

negli ideali della libertà e dell’unità di Italia fino al 

punto da esporre e dare la loro vita perché quegli 

ideali trionfassero. Antonio Garcea fu un eroe del 

Risorgimento, un eroe nostro, meridionale, calabrese, 

di San Nicola da Crissa, misconosciuto e pressoché 

ignorato forse perché proveniente da una “piccola 

patria” come aveva detto un altro grande sannicolese, 

l’Abate G. Giacomo Martini. 

Nel 1837, già a diciassette anni, quando ancora studia 

in seminario, con l’abito talare addosso, a Catanzaro, 

la città di Giuseppe, Carlo e Alessandro Poerio, la città 

dove sta insegnando il giovane Luigi Settembrini, 

Antonio si iscrive alla setta dei carbonari. Su sugge-

rimento dei capi, Poerio e Settembrini, chiede una li-

cenza al comando dell’esercito borbonico, in cui ha il 

grado di sottofficiale, per dedicarsi all’organizzazione 

dell’insurrezione a Catanzaro, Nicastro, Monteleone, 

Mileto, Palmi, Bagnara, Reggio, Messina. 

Nel Febbraio del 1848, Ferdinando concede una ef-

fimera costituzione al Regno di Napoli. I leader del 

nuovo corso sono proprio i cospiratori amici di Gar-

cea, ovvero Carlo Poerio e Luigi Settembrini. Poi lo 

sleale Monarca napoletano ritira la costituzione. Gar-

cea si spoglia della divisa borbonica (che, per lui, era 

solo un paravento) e lotta sulle barricate con gli insorti 

di Napoli, partecipando alle azioni più rischiose e più 

ardite intimando la resa alla Gendarmeria borbonica e 

rifornendo di armi gli insorti. Quando a Napoli tutto 

precipita, Garcea, viaggiando verso la Calabria, fra 

le  altre  imprese,  convince  350  reclute  scortate  da 

gendarmi e in marcia verso le caserme napoletane a 

disertare e unirsi al movimento insurrezionale.

Alla battaglia di Maida e Filadelfia, Garcea ottiene la 

sua prima carica militare importante in un ruolo che 

poi si rivelerà quello a lui più congeniale: Capitano 

di Stato Maggiore. Siccome non vi erano armi a suf-

ficienza, si pensò ad una spedizione alla fabbrica di 

Mongiana, una di quelle imprese che resero immortale 

il nostro Garcea. Il 16 giugno, assieme a Longo, De 

Riso, Angherà e Fabiani, alla guida di due colonne, 

passò da Polia, Monterosso, Capistrano, Nicastrello, 

la sua San Nicola, Vallelonga, Simbario, Spadola, 

Serra.  Giunsero  a  Mongiana,  il  17  giugno.  Dopo 

una breve sparatoria, i soldati borbonici disertavano 

e Garcea e gli altri si impadronirono della fabbrica. 

Fu in tale viaggio che arringò il popolo di Vallelonga 

incitandolo alla rivolta. Tornarono a Filadelfia il 18 

Giugno con due cannoni e un carico di armi. Alla 

battaglia di Maida-Filadelfia-Angitola, Garcea par-

tecipò al comando di trecento uomini e due cannoni 

e si distinse per eroismo, combattività e intelligenza 

tattica.  La  disparità  di  forze  costrinse  alla  fine  le 

truppe degli insorti a disperdersi.

Garcea assieme ad  Angherà, Algheria e Petraglia si 

imbarcavano per raggiungere  Venezia “dove gli in-

sorti Veneziani erano l’ultimo baluardo della libertà 

in Italia”. Antonio sperava di potersi unire al fratello 

Graziano che a Venezia sarebbe perito. A Venezia 

non giungeranno mai poiché una serie di circostanze 

sfortunate condussero l’imbarcazione verso Corfù. 

In quelle acque il brigantino dove erano imbarcati 

Garcea e gli altri fu catturato da una cannoniera na-



continua da pag. 9

continua a pag. 11

11

continua a pag. 12

poletana, sicché Garcea e gli altri furono identificati, 

arrestati e trasferiti sulla nave Stromboli. Giunsero al 

bagno penale di Nisida il 20 Luglio 1848. I prigionieri 

erano tenuti in condizioni subumane. Dopo 20 giorni 

trascorsi così, gli elementi più pericolosi per il Re-

gno Borbonico, fra i quali il Garcea, furono portati a 

Capua e poi a Nisida per 21 

mesi. Nel Novembre 1850 

dei  settecentododici  cat-



turati nelle acque di Corfù 

furono esclusi dalla amni-

stia Giacomo Longo, Delle 

France,  Porcaro,  Garcea, 

Angherà”-  recita  il  nostro 

manoscritto - a riprova che 

il Garcea era ritenuto fra i 

più pericolosi cospiratori. 

Nel Dicembre del 1850  fu 

trasferito a piedi a Catan-

zaro  poiché  contro  di  lui 

erano stati istruiti 4 processi 

:  “Il  primo  “come  diser-

tore  ribelle,  il  secondo  al 

Tribunale di Napoli per gli 

avvenimenti del 15 Maggio 

1848, il terzo a Potenza per 

il disarmo della Gendarme-

ria e per aver fatto disertare 

le trecento reclute, il quarto 

infine,  a  Catanzaro  per  i 

fatti  della  Rivoluzione  in 

Calabria. Ognuno di questi 

processi poteva concluder-

si con la pena di morte”. Poco prima di partire per 

Catanzaro Garcea fu recluso al Carcere della Vicheria 

in Napoli, dove incontrò il Settembrini ed il Pironti, 

ivi prigionieri, i quali “ottennero di averlo con loro”. 

Al processo di Catanzaro Garcea diede ulteriore prova 

della sua fierezza, del suo coraggio, della sua dignità. 

Pur rischiando il capestro o il carcere a vita in prigioni 

di cui lui già ben conosce la durezza, rifiuta di essere 

assistito da un difensore (anche valente, come l’Avv. 

Manfredi), anzi chiede al Presidente di impedire al 

Difensore di parlare a suo favore perché non vengano 

sminuite le sue imprese”. Dopo aver udito decine di 

testimonianze di accusa,  lungi dall’indicare testimoni 

a suo discarico o a addurre scusanti, si duole solo 

del  fatto  che  tutti  questi  testimoni  “non  deposero 

su quanto essi (mi) videro fare per la Patria anche 

a Palermo la notte del 25 e del 26 Gennaio 1848”! 

In sostanza, aggiunge, a suo danno, un nuovo capo 

d’accusa. La Corte gli infligge 30 anni di carcere duro. 

Dopo poco tempo cinquanta 

condannati furono avviati al 

carcere di Montefusco. Dei 

50 il Garcea annota i nomi 

(riportati nel volume della 

moglie e nel manoscritto) e 

fra i quali ricordiamo Carlo 

Poerio, Sigismondo Castro-

mediano,  nonché  i  catan-

zaresi Pasquale Staglianò, 

Rettura Luigi e Perri Giu-

seppe. Fu a Montefusco che 

il Garcea subì stoicamente 

la pena disumana e terribile 

della  “flagellazione”.  Due 

boia  gli  infliggono  delle 

frustate sulla nuda schiena 

con corde intrise d’acqua. 

I  compagni  si  tappano  le 

orecchie  per  non  sentire  i 

colpi di scudiscio. Garcea 

non  muove  un  muscolo  e 

non  emette  un  lamento. 

Dopo  il  trentesimo  colpo 

(dovevano essere 50), Gar-

cea sviene e il dottore ordi-

na che si ponga fine al sup-

plizio poiché il detenuto sta morendo. Il cappellano 

gli amministra il sacramento dell’Estrema Unzione, 

eppure non viene condotto in ospedale. Le piaghe gli 

furono curate “strofinando la carne viva con aceto e 



sale” come testimonia Sigismondo Castromediano, 

suo compagno di galera.

Garcea sopravvive per miracolo a quella disumana 

tortura, così può fruire del decreto di “grazia” che, per 

Garcea, Carlo Poerio, Castromediano e altri patrioti, 

commutò la galera in “esilio perpetuo dal Regno”. 

Sulla nave che li porterà in Irlanda e Inghilterra Gar-

cea incontra altri suoi eroici e più famosi compagni 

e amici come Luigi Settembrini e Silvio  Spaventa. 

continua da pag. 10

Antonio Garcea e il nipote Giuseppe Sgro


12

continua da pag. 11

Le vicende successive ci vengono raccontate organi-

camente e documentate solo dal prezioso manoscritto 

che abbiamo pubblicato. Garcea lascia il sicuro esilio 

inglese per tornare a combattere assieme a Bixio e a 

Garibaldi. Il Gen. Stocco che ben conosce i meriti e 

l’ardimento di Antonio Garcea. scrive: “…Il latore 

della presente è il Sig. Don Antonio Garcea, l’uni-

co  sottufficiale  dei  Cacciatori  che  combatté  il  15 

Maggio sulle barricate. Di lì passò nelle Calabrie 

e fu nominato dal Governo Provvisorio a Capitano 

dello Stato Maggiore ove ero io. Esso si distinse in 

Mongiana e nell’Angitola combattendo sempre con 

ardore e zelo. Suo fratello Graziano perdè la vita 

in Venezia e lui, uscito dalla prigione dopo undici 

anni di galera, ha fatto parte dei sessantasei sbar-

cati in Irlanda. Tutto questo vale qualcosa ad essere 

considerato…”. Garcea vola in Calabria dove, il 29 

Maggio, lancia un proclama ai Calabresi (pubblicato 

anche dai giornali italiani e da due giornali francesi, 

nel quale si legge, fra l’altro:  “Calabresi! L’ora del 



nostro  riscatto  è  suonata.  Insorgete  tutti  in  nome 

di Dio e dell’Italia…. Seguitemi tutti!…Dopo aver 

sofferto torture e galera per 11 anni, io torno con 

altri Italiani nostri fratelli a dividere con voi pericoli 

e gloria! Insorgete dunque e sia uno il grido: Viva 

l’Italia. Viva Vittorio Emanuele. Antonio Garcea”. I 

primi di giugno raggiunge Garibaldi in Sicilia dove 

riceve  l’incarico  di  “Organizzatore  delle  Milizie 

Nazionali della Provincia”. Antonio Garcea viene su-

bito nominato Maggiore Comandante dei Cacciatori 



dell’Etna, Battaglione Cavour e Comandante le Armi 

del Distretto di Castroreale, inglobati nella Divisione 

Bixio. Da qui in avanti, Garcea avrà contatti e rap-

porti pressoché quotidiani con Nino Bixio, Menotti 

Garibaldi e lo stesso Dittatore Giuseppe Garibaldi. 

Spesso –come risulta dal prezioso carteggio che il 

manoscritto riporta e che pubblichiamo (con docu-

menti originali che riproduciamo fotograficamente)- i 

tre suddetti personaggi, dopo averne apprezzato l’ar-

dimento e il coraggio, danno a Garcea carta bianca e 

pieni poteri nell’esecuzione di arruolamenti e nella 

conduzione delle azioni più arrischiate. Dalla Sicilia 

segue Garibaldi in Calabria dove, agli ordini diretti 

del Generale, a Catona, cattura, senza colpo ferire, il 

Gen. Brigante e il suo stato maggiore e li consegna a 

Garibaldi. Poco dopo a Scilla, lui da solo, in groppa al 

suo cavallo, annunciando che sta arrivando Garibaldi, 

ingiunge la resa all’intera guarnigione borbonica e la 

ottiene. Finalmente, alla testa di 1.370 uomini, ripete, 

a 12 anni di distanza dalla prima, la seconda, defini-

tiva spedizione a Mongiana. Premettendo di essere 

stato “inviato dal Dittatore con una forza di 1.370 

uomini”,  reclama la consegna dello stabilimento con 

tutte le armi che contiene. “Ove mai non si accettano 



le condizioni di cui sopra e il distaccamento resta 

armato,  si  prepari  a  combattere.  La  risposta  fra 

due ore. L’Ufficiale addetto allo Stato Maggiore del 

generale Garibaldi, in Commissione straordinaria: 

Antonio Garcea”.

La guarnigione e i suoi comandanti accettano imme-

diatamente la resa. 

Poco dopo, nel settembre, Garcea, come ordinatogli 

da Garibaldi, imbarca il Battaglione dei suoi  “Cac-

ciatori di Mongiana” e sbarca a Gallipoli, in Puglia. 

Sedata la Puglia, Garibaldi ordina a Garcea di debel-

lare le ultime sacche di resistenza borbonica dopo la 

battaglia del Volturno. Per tale episodio, Garcea rice-

verà la medaglia d’argento al valor militare. La grande 

avventura è finita, ma Garcea, come tutti i guerrieri 

(come lo stesso Garibaldi) non vuole rassegnarsi alla 

smobilitazione. Non si rassegna ancora al meritato 

riposo e quando apprende che Garibaldi è fuggito 

da Caprera per la sfortunata spedizione romana, si 

arruola fra i suoi volontari giusto in tempo per subire 

la sconfitta a Mentana nel 1867.

Antonio Garcea muore a Velletri il 29 Aprile 1878 

per i postumi di quella bronco-polmonite contratta a 

Montefusco. Il quotidiano “La Riforma”, in un pezzo 

fortunatamente riportato dal manoscritto ricorda, fra 

l’altro, che Garcea, degente, fu visitato da F. Crispi, 

Ministro  dell’Interno,  e  dal  Conforti,  Ministro  di 

Grazia e Giustizia. “Morì da eroe come visse”.

 Di Carlo Poerio, morto prima di lui, Garcea conser-

vava gelosamente in una ampolla un pezzo di cuore, 

ovvero quella stessa  gloriosa reliquia che poi gli 

eredi del Garcea, nel 1929, regalarono al Comune di 

S. Nicola Da Crissa. 

Garcea personaggio “minore” del Risorgimento? Alla 

luce dei nuovi documenti ci pare che debba essere 

riconosciuto come indiscusso protagonista.

(San  Nicola  da  Crissa,  nel    150° Anniversario 

dell’Unità d’Italia).


13

Non è esagerazione se diciamo che “li Nicolisi” negli 

ultimi secoli sono stati un popolo di “viaggiatori” e 

quindi, il “viaggio” è stato sempre nel DNA della 

nostra gente. In molti hanno solcato mare e cielo, 

ma in molti hanno percorso anche viottoli e strade. 

Insomma, quando da passeggeri, quando da guidatori, 

abbiamo avuto a che fare 

col “viaggio”. 

Cercheremo di percorre-

re con la memoria nostra 

e  dei  nostri  nonni  un 

viaggio  che  ormai  non 

si fa più, che appartiene 

definitivamente  al  pas-

sato  e  che  ha  segnato, 

anche questo, la vita di 

molte  generazioni  nel 

nostro  paese.  Intendia-

mo riferirci ai viaggi dei 

Ciucciari, dei Mulattieri, 

dei Trainieri,  insomma 

al viaggio con quel qua-

drupede che tanta fama 

portò  ai  Sannicolesi  in 

tutto il circondario.

Coloro  i  quali  eserci-

tavano questo mestiere 

hanno costituito lunghi elenchi nei Ruoli comunali 

che allora i Comuni erano tenuti a compilare. Costi-

tuivano una categoria numerosissima, in rapporto agli 

abitanti che risiedevano nel nostro paese. Motivi di 

spazio ci impediscono di fornire qui nomi e cognomi 

di chi ha esercitato nei due secoli scorsi quello che 

veniva chiamato il mestiere dei “viandanti”, dei “via-

ticali” o, come dicevano i pizzitani, i “caminandi”.

Ad  inizio  del  ‘900  su  una  popolazione  di  2.812 

abitanti vi erano circa 200 quadrupedi iscritti nella 

Matricola comunale e quindi sottoposti alla “Tassa 

bestie da tiro, sella e soma”.

Una delibera podestarile del 1927 prevedeva che la 

tassa sui cavalli e muli da soma dovesse rimanere di 

lire 15,00 mentre quella sui cavalli e sui muli da tiro 

andasse ridotta a lire 10,00 come per gli asini poiché 

sottoposti  al  pagamento  del  contributo  di  utenza 

stradale verso la Provincia. Il R.D. 2 dicembre 1928, 

che dettava norme per la tutela delle strade e per la 

circolazione, prescriveva che ogni veicolo a trazione 

animale (carri, traini, birocci) doveva avere la targa 

metallica ed i Comuni 

erano obbligati a tenere 

un  Registro  matrico-

lare  mentre  quelli  che 

esercitavano  noleggio 

dovevano essere iscritti 

presso l’Ufficio P.S ed 

essere  in  possesso  di 

regolare licenza.

E’ certo che la categoria 

ha avuto un forte svilup-

po con la strada borbo-

nica per la Ferdinandea 

ma  è  altrettanto  vero 

che,  se  questo  valeva 

per traini, birocci, car-

rette ecc., i possessori di 

quadrupedi senza ruote 

avevano i loro sentieri, 

le  loro  scorciatoie  e 

quindi le loro soste ed 

i loro ritmi.

Viaggiare a quei tempi costituiva il mestiere più ri-

schioso in quanto esposto ad ogni genere di rischio 

e non c’era contrada non infestata di briganti, ladri 

o malintenzionati disposti a tutto: a chiederti “maz-

zette”, a rubarti il carico e finanche l’animale. Le vie 

di comunicazione erano particolarmente battute da 

marmaglia di ogni genere sempre pronta agli agguati 

ed alle angherie varie, con il territorio “gestito” da 

bande di malavitosi non sempre organici all’onorata 

società del tempo di cui il mulattiere spesso doveva 

conoscere i “punti di riferimento”. Dobbiamo avere 

presente che diversi mulattieri battevano finanche le 

piazze del cosentino (San Giovanni in Fiore, Bocca 

di Piazza, Cosenza ecc) dove, attraverso la Sila, si 



Do'stlaringiz bilan baham:
1   2   3   4   5


Ma'lumotlar bazasi mualliflik huquqi bilan himoyalangan ©fayllar.org 2017
ma'muriyatiga murojaat qiling