Saggi di scavo nel casale medievale relazione preliminare


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S. CROCE CAMERINA (RG)

SAGGI DI SCAVO NEL CASALE MEDIEVALE

RELAZIONE PRELIMINARE

di

G



IOVANNI

 D

I



 S

TEFANO


, S

ALVINA


 F

IORILLA


INTRODUZIONE

Le ricerche archeologiche finora condotte nella pro-

vincia di Ragusa hanno evidenziato una diffusa presenza di

abitati d’età bizantina tuttora in corso di studio (D

I

 S

TEFANO



1975; M

ESSINA


-D

I

  S



TEFANO

 1997; P


ELLAGATTI

-D

I



  S

TEFANO


1999). In particolare alla periferia di S. Croce Camerina, in

contrada Mirio, a quattro Km dalla costa, nell’area che gra-

vita intorno al “Vallone Fontana” ed alla sorgente Paradiso,

tra il 1989 ed il 1992 con successive campagne di scavo

(Figg. 1-2) eseguite alla Soprintendenza ai BB.CC.AA. di

Ragusa, sono stati messi in luce i resti di un insediamento

rurale aperto e di una piccola basilica, parte di una necro-

poli e quanto resta di una struttura che potrebbe essere una

fornace (D

I

 S



TEFANO

 1993-95; 1995).

Nell’area del “Vallone Fontana” erano già noti la chie-

sa o terma bizantina di Mezzagnone e lembi di una necro-

poli a fossa (D

I

 S



TEFANO

 1982; D


I

 S

TEFANO



 1997), in prossi-

mità della fonte Paradiso. La recente individuazione del-

l’abitato consente di rileggere in maniera più articolata l’in-

tero complesso che si distingue nel contesto del territorio

ragusano per la presenza di una sequenza insediativa che spa-

zia dal V secolo d.C. al XIV-XV d.C. seppure con fasi di ab-

bandono e ripresa. L’abitato individuato nell’area dove ancora

nella prima metà del ’900 si trovavano i ruderi attribuiti al

“Papallossu di Santa Lena” può essere identificato con il ca-

sale Sanctae Crucis de Rasacambra citato dalle fonti docu-

mentarie e noto alla storiografia siciliana e pare costituire il

raccordo con il centro moderno di Santa Croce Camerina.

LE FONTI DOCUMENTARIE

L’identificazione del moderno abitato di Santa Croce

Camerina con il casale Sanctae Crucis de Rasacambri è già

del XVII secolo; Santa Croce dovrebbe il suo nome al di-

pinto che rappresentava i Santi Elena e Costantino con la

croce ed era conservato in pervetusto castello (P

IRRI

 1733,


I, pp. 683-684). In precedenza già nel XVI secolo, in pros-

simità delle costruzioni note come “vagni” (bagni) una del-

le quali sopravvive nell’edificio del “Mezzagnone”, lo sto-

rico Fazello ricordava una chiesa su alte colonne costruita

con pietre ben squadrate nota agli abitanti del posto come

“Steripinto” (F

AZELLO

 1817, I, p. 311). Ancora agli inizi del



nostro secolo era visibile un rudere localmente noto come

“Papallossu di Santa Lena” (M

ICCICHÉ

 1968, pp. 11-16).



Nella narrazione dei cronisti normanni Rasacrambam

era l’approdo presso il quale si riunì la flotta normanna in

partenza per Malta (M

ALATERRA


 1928, IV, p. 94). Il casale

denominato Sanctae Crucis de Rasacambra è citato invece

per la prima volta in un documento del 1151 con il quale re

Ruggero conferma con altri beni il possesso del casale, ubi-

cato nel territorio di Ragusa, all’abbazia di S. Filippo d’Agira

suffraganea di S. Maria la Latina di Gerusalemme (P

IRRI

1733, I, pp. 683-684). In quel documento si accenna ad una



visita effettuata da funzionari reali nel tenimentum Rogon

in capite cambri per verificare i confini monasterii Sanctae

Crucis (W

HITE


 1938, p. 351). Sempre nel 1151 con un altro

documento la Prioria de Rasacambri viene donata con al-

tre terre da Silvestro conte di Marsico feudatario del terri-

torio di Ragusa (W

HITE

 1938, p. 351) a S. Maria Latina di



Gerusalemme. È probabile che sia da identificare con lo

stesso casale anche l’ecclesia et villa Sancti Petri de



Rasacambra citata nella conferma dei beni del 1158 da par-

te di Papa Adriano IV all’abbazia S. Maria Latina di Geru-

salemme. Il casale è attestato poco più tardi nel 1173 nella

conferma dei beni del conte Guglielmo all’abbazia di S.

Filippo d’Agira come casale et ecclesia Sanctae Crucis de

Rasacambri (W

HITE


 1938, pp. 351). Ancora nel 1194 il ca-

sale e la chiesa sono tra i beni confermati da Enrico VI di

Hoenstaufen a S. Filippo d’Agira e cinque anni dopo com-

paiono nel documento con il quale Costanza e il figlio Fe-

derico confermano i beni all’abbazia (P

IRRI


 1733, II, p.

1250). Nel 1303 in una bolla di Benedetto XII in cui sono

enumerati i beni di S. Maria Latina di Gerusalemme il casale e

la chiesa Sanctae Crucis de Rosacambra sono menzionati

come dipendenti dal Convento dei Santi Lorenzo e Filippo

di Scicli a sua volta suffraganeo di S. Filippo d’Agira (S

OLARINO

1901, p. 215). Il casale e la chiesa Sanctae Crucis de



Rosacambra sono attestati ancora da una serie di altri docu-

menti fino al 1450 quando il complesso venne concesso a Pie-

tro Celestri nobile messinese (P

IRRI


 1733, I, p. 684) i cui eredi

avrebbero poi ottenuto dal re di Spagna la rifondazione del-

l’abitato di Santa Croce nel 1598 nell’ambito delle nuove

fondazioni in atto in quel periodo (C

ASCONE

 1987, p. 9).



Dall’esame dei dati documentari è evidente che una chie-

sa con funzioni di prioria di S. Filippo d’Agira e il relativo

casale esistevano già nella prima metà del XII secolo. La

chiesa era forse dedicata all’esaltazione della Croce una

reliquia della quale era venerata a S. Filippo d’Agira fino al

XVII secolo (P

IRRI

 1733, II, p. 1255); il casale traeva il nome



dalla chiesa e dal toponimo locale di Rasacambra o

Rasacarami (ras karam) di origine araba attestato anche per

l’approdo e corrispondente forse all’attuale capo Scaramia.

Se si tiene conto dell’ecclesia et villa Sancti Petri de



Rasacambri si può ipotizzare che un piccolo abitato ed una

chiesa dedicata a S. Pietro esistessero già quando sorse il

casale Sanctae Crucis con la sua chiesa e la prioria; in tal

caso si comprenderebbe come mai nel documento romano

si parla di Chiesa di S. Pietro tenendo conto di uno status

precedente e in quello redatto in Sicilia di Chiesa della S.

Croce prendendo atto delle trasformazioni recenti d’età

normanna. Per altro sembrerebbe orientare in questa dire-

zione la definizione di tenimentum Rogon in capite cambri

del 1151 che fa riferimento ad un abitato sparso. Dunque se

ne potrebbe dedurre che tra la fine dell’XI e gli inizi del XII

secolo un piccolo abitato preesistente abbia subito una tra-

sformazione e forse una crescita.

Nell’attesa che nuovi dati emergano con la pubblica-

zione integrale del cartulario di S. Filippo d’Agira e sulla

base delle fonti del XVI secolo (supra F

AZELLO

), per altro



indirettamente confermate da quelle più tarde (P

IRRI


 1733;

I, A


MICO

 1855), si può ritenere che il casale fosse presidiato

da un edificio fortificato con funzione protettiva (Steri da

Hosterium) che ospitava la prioria e inglobando forse la chie-

sa conservava il dipinto, da cui l’espressione “Steripinto”.

La memoria di quest’edificio sembra essersi conservata nella

tradizione locale che indicava l’area come “piano del ca-

stello” e i ruderi esistenti fino a qualche decennio fa come

“Papallossu di Santa Lena (corruzione di Sant’Elena)”

(M

ICCICHÉ


 1968, p. 11).

È probabile che il casale accogliesse i contadini del ter-

ritorio reso fertile da due o tre sorgenti e nella prioria si

raccogliessero e conservassero i prodotti agricoli nell’atte-

sa che venissero imbarcati per l’Oriente. L’insediamento

potrebbe aver costituito una sorta di avamposto dell’abba-

zia di S. Filippo d’Agira messo in ombra quando si svilup-

pò la dipendenza di Messina (W

HITE

 1938, pp. 352-355) e



si cominciò ad imbarcare i prodotti dalla punta nordorien-

tale dell’isola.

LO SCAVO

Nel corso di tre diverse campagne di scavo condotte

nel 1990 (aprile-luglio), nel 1992 (marzo-aprile) e nel 1993


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Fig. 1 – Entroterra di Kaukana con l’ubicazione dei quartieri ad ovest di Punta Secca (S. Nicola, Torre di Pietro), della chiesa e dei

cimiteri vicini a S. Croce Camerina (Vigna di mare, Pirrera e Mezzagnone).

Fig. 2a – S. Croce Camerina. Planimetria generale della dislocazione delle necropoli.

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Fig. 2b – S. Croce Camerina. Particolare dello scavo del 1989-1992 con l’abitato, la necropoli e la fornace.

(aprile) sono venuti alla luce alcuni lembi di abitato ed un

gruppo di sepolture lungo il vallone Fontana (Fig. 2a), un

vero e proprio wadi alimentato da una sorgente senza sboc-

co sulla costa, completamente asciutto nei mesi estivi.

In epoca tardo-romana e bizantina tra l’ancoraggio di

Kaukana, vissuto fino al VII secolo, e l’entroterra si adden-

sano piccoli abitati con edifici religiosi monumentali come

quello della Pirrera, di Bagno di Mare e di Mezzagnone

(Fig. 1). In particolare sul margine destro del “Vallone Fon-

tana” in contrada Mirio nei pressi dell’edificio di età bizan-

tina di Mezzagnone si concentra un consistente abitato di

cui è nota anche una piccola necropoli utilizzata fino al VI

sec. d.C. (Fig. 2b).

Alcuni tratturi locali e il percorso per marittima loca,

aggiunto nel IX secolo all’Itinerarium Antonimi dovevano

raccordare gli abitati tardo bizantini di questo estremo lem-

bo della Sicilia meridionale (U

GGERI

 1970) ai tracciati dei



grandi itinerari siciliani risalenti all’età romana.

La necropoli tardo bizantina

I recenti scavi (1990-1993), che hanno permesso di

individuare i resti del casale altomedievale, sono stati ese-

guiti nel leggero declivio localmente denominato

“Papallossu di Santa Lena”, per l’esistenza di un rudere

monumentale noto alla storiografia antica ed oggi perdu-

to. La necropoli è formata da 56 tombe a fossa scavate nel

banco roccioso. Essa faceva forse parte di una chiesetta

cimiteriale di cui si sono rinvenuti i tagli di fondazione. La

distribuzione delle sepolture non obbedisce a nessuna re-

gola (Fig. 3). La tipologia delle tombe è abbastanza uni-

forme; si tratta di fosse di forma rettangolare: alcune di

forma a campana, altre a forma antropomorfa. Molte delle

sepolture erano originariamente coperte con lastre squa-

drate di pietra locale disposte in piano (tombe nn. 30-33).

Altre tombe dovevano essere coperte con piccole lastre

informi di pietra. Tutte le tombe accoglievano singole inu-

mazioni; tranne la tomba n. 33 che conteneva due inumati.



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Fig. 3 – Tombe della necropoli.

Fig. 4 – L’area dell’abitato.

Le deposizioni sono in genere con i crani rivolti ad

ovest e gli arti distesi. In alcuni casi (tombe 7-10-46) gli

arti superiori erano ripiegati sul torace. Non mancano se-

polture di infanti come la n. 17, ma è alquanto difficile al

momento determinare una precisa percentuale.

All’interno delle sepolture non è stato rinvenuto corre-

do ceramico, tranne che nelle tombe 31 e 32, dove in prossi-

mità della spalla destra si sono rinvenute due fiaschette mono-

ansate databili al VI secolo d.C. Nel soprasuolo della necro-

poli sono state rinvenute monete di Tiberio II ed Heraclio.

Allo stato attuale non è possibile determinare una pre-

cisa cronologia della necropoli anche se un probabile

terminus ante quem potrebbe essere la conquista araba

dell’852.

Molti resti architettonici (blocchi, rocchi di colonne),

purtroppo rinvenuti fuori contesto e pertinenti alle fonda-

zioni individuate nell’ambito del sepolcreto, possono esse-

re attribuiti ad un edificio monumentale, forse una piccola

basilica, coeva probabilmente al cimitero.

La necropoli doveva certamente appartenere all’ulti-

mo abitato di età bizantina insediato lungo le sponde del

“Vallone Fontana” e sopravvissuto con una serie di trasla-

zioni fino al VII secolo d.C. La necropoli del Mirio e l’edi-

ficio monumentale di Mezzagnone ubicati più a valle do-

vevano fare parte del primo insediamento bizantino che suc-

cessivamente nel corso del VI –VII secolo con l’edificio

di cui si sono trovati i resti e la piccola necropoli occupò

il margine nord-ovest del “Vallone Fontana”.



L’abitato altomedievale

 Gli scavi hanno rimesso in luce nella stessa area an-

che le fondazioni di alcuni ambienti (Fig. 4) e resti di una

piccola fornace (Fig. 5) che sembrano relativi ad un abita-

to successivo alla necropoli.

Gli ambienti sono caratterizzati da muratura a doppio

paramento e in genere sono di piccole dimensioni, alcuni

caratterizzati da focolari di uso domestico.



Fig. 5 – Resti della fornace.

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I pochi ambienti riportati alla luce possono essere rela-

tivi ad un abitato rustico cronologicamente compreso fra il

IX ed il XIV secolo. La fornace di forma rettangolare è ca-

ratterizzata da due vani di cottura costruiti con mattoni; era

probabilmente utilizzata, nella fase finale dell’abitato, per

la cottura di tubi e tegoloni.

G.D. S.

I RINVENIMENTI DELL’AREA DELL’ABITATO



Sono costituiti per la maggior parte da reperti ceramici

e solo in numero molto esiguo di frammenti vitrei, non man-

cano resti ossei animali e conchiglie. Tutti i manufatti sono

molto frammentari e difficilmente ricomponibili poiché

l’area del rinvenimento caratterizzata da scarso interro è

stata per anni adibita a coltivazioni agricole e sottoposta a

spietramento come spesso accadeva per rendere più facil-

mente lavorabile il terreno.

Le ceramiche recuperate sono attualmente in corso di

restauro, le morfologie identificate riguardano in gran par-

te la fase bizantina dell’abitato, e solo in parte minore pos-

sono essere riferiti alla fase medievale con rare attestazioni

databili al XIII ed al XIV secolo.

Tralasciando i manufatti d’età tardoantica e bizantina

attribuiti nel complesso al VI-VII secolo, vengono presen-

tati in questa sede i rinvenimenti più tardi dell’abitato di-

stinguendo due gruppi: uno più antico attribuibile ad una

fase di abitazione, l’altro più recente riferibile all’ultima

frequentazione dell’area.

Il gruppo più antico comprende ceramiche eseguite a

mano e ceramiche prodotte a tornio. Solo rari esemplari di

ciotole sono ricoperti da invetriatura piombifera mentre gli

altri recipienti (pentole, anfore, olle, catini, scodelle) sono

in prevalenza privi di rivestimento.

Le pentole sono i recipienti meglio rappresentati, ne sono

state individuate di tre tipi. Alcune hanno orlo lievemente

ingrossato e parete globulare, sono modellate a mano e si

distinguono per il corpo ceramico poco depurato ricco di

inclusi di colore chiaro e bruno, scaglie micacee e calcinelli

che emergono anche in superficie; ricordano tipi già noti da

S. Spirito, Delia e Sofiana (CL) (Catalogo Gela 1990, pp.

87, 105, 159) Monte Iato (I

SLER

 1995, pp. 131-132), Segesta



(M

OLINARI


 1997, p. 120), Entella (G

HIZOLFI


 1992, p. 365).

Altre, eseguite a tornio, si distinguono per la presenza di un

orlo arrotondato ed estroflesso, parete globulare scandita

da cordonature e fondo convesso ricordano esemplari simi-

li provenienti da Muculufa (Catalogo Gela 1990, p. 137, n.

240) e Palermo (A

RCIFA

-L

ESNES



 1995, p. 406) attribuite al X

secolo. Altre ancora sono olle di forma molto semplice, mo-

dellate a mano o eseguite con un tornio primitivo (C

UOMO


DI

 C

APRIO



 1995), caratterizzate da una grossolana lisciatura

superficiale; hanno orlo a fascia svasata, decorato con cop-

pie di cerchietti impressi, ben distinto mediante una sorta di

carena dalla parete globulare e fondo concavo. Sono deco-

rate sulla parete talora con scanalature orizzontali ravvici-

nate che presumibilmente correvano su lungo la circonfe-

renza del manufatto, talaltra con scanalature orizzontali in-

tegrate con brevi scanalature verticali a formare quadretta-

ture (Fig. 6). Questi recipienti in alcuni casi presentano corpo

ceramico di colore grigio- nero in superficie, in frattura con

nucleo grigio molto scuro quasi nero definito da una linea

sottile rossa, frutto di una cottura in fornace in cui la fase

ossidante non ha raggiunto l’interno del corpo ceramico; in

altri casi hanno corpo ceramico di colore giallo rosato in

superficie ed in frattura e non presentano tracce di fuoco; e

possibile che fossero usate sia per cuocere i cibi sia per con-

servarli. Per le caratteristiche del corpo ceramico, la mor-

fologia ed il trattamento della superficie risultano affini a

tipi simili attestati anche nell’area del casale di S. Spirito a

Caltanissetta e al castello di Butera oltre che ad altri esem-

plari ritrovati nei contesti musulmani di casale Saraceno ad

Agrigento (C

ASTELLANA

-M

C



C

ONNELL


 1993, pp. 130-136, nn.

92/109, 92/107) potrebbero essere state usati nella prima

fase dell’insediamento musulmano e costituire un fossile

guida per le produzioni dell’IX-X secolo.

Per ciò che riguarda le ceramiche da mensa prive di

rivestimento si segnalano forme aperte come i catini con

orlo ingrossato ed estroflesso segnato da un decoro a tratti

trasversali incisi, parete troncoconica e fondo presumibil-

mente piano e le ciotole con orlo ingrossato, breve parete

verticale carenata su ampio cavo. I catini ricordano per la

morfologia esemplari noti da Monte Maranfusa e attribui-

bili all’XI secolo (S

PATAFORA

 1990, p. 135, fig. 11, n. 58) le

ciotole possono essere attribuite alla seconda metà del X

secolo o alla prima metà del XI (M

OLINARI

-V

ALENTE



 1991,

pp. 416-417). È stato rinvenuto anche un esemplare di fo-

colare del tipo ben attestato ad Agrigento (Catalogo Gela

1990, pp. 29-30), Palermo (A

RCIFA

-L

ESNES



 1995, p. 406),

Casale Nuovo (M

OLINARI

-V

ALENTE



 1991, pp. 416-417). Tra

le forme chiuse le anfore costituiscono i recipienti più nu-

merosi; nella maggior parte dei casi hanno orlo lievemente

ingrossato o a fascia verticale su collo cilindrico e parete

cordonata, presentano anse a sezione ovoidale e ricordano

le anfore ritrovate a Caltanissetta (C

UOMO

 

DI



 C

APRIO


-F

IORILLA


1995, pp. 463-464); più rari sono i tipi dell’XI secolo testi-

moniati solo da poche anse con scanalatura centrale (Bru-



cato 1984, p. 266) e a Casale Nuovo (M

OLINARI


-V

ALENTE


1991, pp. 416-417). Quanto alle forme meno grandi sono

rappresentate le olle monoansate con orlo a larga fascia

verticale, breve collo cilindrico e parete globulare cordona-

ta e le brocchette con setto a filtro e ansa apicata che trova-

no confronto con manufatti simili di Brucato (Brucato 1984,

pp. 312-314), Casale Nuovo (M

OLINARI

-V

ALENTE



 1991, pp.

416-417),e Delia, Sofiana e Muculufa (Catalogo Gela 1990,

pp. 105, 137, 161); si tratta di manufatti in uso tra la secon-

da metà dell’XI ed la prima metà del XII secolo.

Tra le ceramiche invetriate (Fig. 7) si segnalano le cio-

tole a parete verticale con orlo bifido, ricoperte da invetria-

tura piombifera incolore e decorate in bruno e verde all’in-

terno ed all’esterno, ben note dai contesti dell’XI secolo;

non mancano le scodelle con orlo appiattito e parete emi-

sferica su largo piede ad anello, invetriate piombifere in

verde all’interno ed all’esterno con decorazione solcata del

tipo “a nastro” noto dai bacini pisani (B

ERTI

-T

ONGIORGI



 1981,

p. 226, tav. CIL) oltre che dalle fornaci di Agrigento e Cal-

tanissetta (Il verde e il bruno 1997, p. 22, n. 7; C

UOMO


 

DI

C



APRIO

-F

IORILLA



 1995, pp. 463-464), qualche lucerna a ser-

batoio chiuso con lungo becco aperto del tipo noto da Piaz-

za Armerina, Palermo, Agrigento in uso fino alla metà del

XII secolo (M

OLINARI

 1991, p. 193; A



RCIFA

-L

ESNES



 1995, p.

408). Tutti i manufatti sono caratterizzati da superficie schia-

rita specie all’esterno e corpo ceramico in frattura di colore

aranciato con vacuoli dai contorni schiariti, frequenti in-

clusi bruni e calcinelli di dimensioni piccole e medie; do-

cumentano nel loro insieme una fase di vita tra il X e la

prima metà del XII secolo.

Il secondo gruppo è meno numeroso del precedente e

comprende ceramiche (Fig. 8) recenti, riferibili a periodi

diversi. Sono attribuibili alla seconda metà del XIII secolo

rari frammenti di scodelle di protomaiolica del tipo Gela

ware, frammenti di boccali invetriati in verde e scodelline

invetriate piombifere verdi morfologie già note dai pozzi di

Gela (F


IORILLA

 1996). Possono essere datati alla seconda

metà del XIV ed ai primi decenni del XV secolo una lucer-

na e da alcuni frammenti di coppe e boccali. La lucerna a

vaschetta aperta con beccuccio pronunciato è caratterizzata

da invetriatura presumibilmente stannifera di colore giallo

chiaro all’interno ed all’esterno e da dimensioni maggiori

rispetto a quelle note finora; le coppe presentano parete

emisferica su fondo a ventosa, i boccali sono a parete globu-

lare su piede pronunciato; sia le coppe che i boccali sono rico-

perti da invetriatura stannifera in bianco grigiastro; per le mor-

fologie e le caratteristiche del rivestimento sono assimilabili



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Fig. 6 – Ceramiche da fuoco.

Fig. 7 – Ceramiche invetriate.

Fig. 8 – Protomaioliche tipo Gela e protomaioliche tarde.

duzione tarda di recipienti che venivano poi utilizzati in

loco come parrebbe confermare il rinvenimento frammenti

dello stesso tipo nell’abitato.

 S.F.

CONSIDERAZIONI



L’insediamento dell’area del “Papallossu di Santa Lena”,

danneggiato a nord e ad ovest dall’espansione urbanistica

degli ultimi trent’anni, è stato solo parzialmente indagato.

Non è da escludere che si estendesse anche più ad est dove

la Soprintendenza ai BB.CC.AA. di Ragusa conta di esten-

dere le indagini. Pur con questi limiti l’abitato ritrovato co-

stituisce un tassello importante per delineare un quadro di

conoscenze ancora in via di definizione; testimonia una no-

tevole continuità di vita pur con lievi spostamenti.

Dai dati emersi dallo scavo è confermato che l’abitato

rientra nella tipologia dell’insediamento rurale aperto, si im-

posta su un precedente insediamento tardo romano e bizan-

tino e ne riutilizza in età musulmana le povere strutture mu-

rarie. La fase di età musulmana è attestata prevalentemente

dai manufatti rinvenuti oltre che da una serie di elementi to-

ponomastici (Favara, Donnanna, Donne, Anigef) riferiti a sor-

genti o a cale della costa. In età normanna il casale musulmano

sarebbe stato donato all’abbazia di S. Filippo d’Agira e sareb-

be stato sottoposto ad una prioria con chiesa e relativi granai

da identificare con l’edificio fortificato citato dalle fonti.

Nell’attesa che ulteriori scavi consentano di definire

meglio l’estensione del casale e le sue caratteristiche, è ra-

gionevole supporre che avendo ereditato nel nome il topo-

nimo Rasacambra precedentemente riferito ad un’insena-

tura, dovesse estendere i propri territori fino al mare, do-

vesse avere carattere rurale e popolazione di contadini e

pastori come parrebbe testimoniare il rinvenimento di ma-

nufatti in gran parte privi di rivestimento e di ceramiche da

fuoco modellate a mano ed il fatto che le invetriate siano

presenti in numero ridotto. L’abitato avrebbe avuto la sua

fase più consistente tra il X e la prima metà del XII secolo.

Mancando attestazioni riferibili alla seconda metà del XII,

si potrebbe supporre che intorno alla metà del XII secolo

forse in seguito al terremoto del 1161 fosse stato tempora-

neamente abbandonato o che fosse stato spostato più a monte

in seguito alla costruzione dell’edificio fortificato cioè del-

la prioria, mentre il sito del vecchio abitato continuava ad

essere frequentato per la sua vicinanza alla sorgente come

conferma la presenza di poche protomaioliche del tipo Gela

e decorate in bruno per il XIII e la seconda metà del XIV

secolo probabilmente in connessione con l’attività agricola

nel territorio o con la presenza della fornace. Sembra orien-

tare verso uno spostamento dell’abitato sul pianoro sovra-

stante, dove si trova il moderno abitato di S. Croce Camerina,

il fatto che nella parte meridionale del paese, considerata la

più antica, persistano alcuni toponimi viarii che fanno rife-

rimento alla sorgente (via Idria, Via Fontana, Via Bagni),

che un po’ più a nord, sia stato individuato un edificio con

volta a cupola a suo tempo definito bizantino (S

CROFANI


1972, p. 109), e che la chiesa parrocchiale attuale conser-

vasse ancora nel XVII secolo l’intitolazione alla Santa Cro-

ce nei registri dei battesimi e dei matrimoni e dipendesse

dalla chiesa dei SS. Lorenzo e Filippo di Scicli (RG) dove

ancora si registravano nascite, matrimoni e morti (C

ASCONE


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Tutti i manufatti di questo secondo gruppo come quelli

del primo gruppo hanno una superficie schiarita ma se ne

distinguono per il corpo ceramico di colore rosato comples-

sivamente ben depurato con rari inclusi puntiformi; docu-

mentano una fase di frequentazione del sito ancora nel XIII

e forse nel XIV-XV secolo.

Dallo scavo provengono anche frammenti vitrei perti-

nenti forme chiuse simili a manufatti di Muculufa (Catalo-

go Gela 1990, p. 145, n. 281). Fra i resti ossei recuperati si

segnalano alcune mandibole di suini e ovini, e numerose

conchiglie che sembrano testimoniare un’alimentazione

mista a base di carni animali e di molluschi.

Un discorso a parte meritano i rinvenimenti della for-

nace costituiti essenzialmente da forme frammentarie di dif-

ficile identificazione, caratterizzate da orlo a breve tesa pen-

dente, parete cilindrica che si allarga in basso e fondo coni-

co segnato da solcature e concluso da foro centrale già al

momento della modellazione. Per le caratteristiche del cor-

po ceramico a superficie schiarita ed in frattura tendente al

verde chiaro e la morfologia potrebbe trattarsi di una pro-



©2001 Edizioni all’Insegna del Giglio - 

vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale –  7



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