Territorio di san mauro forte


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NATURA E 

TERRITORIO DI

SAN MAURO FORTE

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meters

2000


800

i

Questo lavoro è stato realizzato dagli alunni di IA nell’anno scolastico 

2013/2014, per ritrovare nel loro territorio i concetti studiati nel pro-

gramma di Scienze.

I ragazzi ringraziano il geologo T. Santochirico per una visita guidata ai 

calanchi e la famiglia Molfese per l’ospitalità ricevuta nella loro fattoria.

NATURA E TERRITORIO DI

SAN MAURO FORTE

APPENDICE AL LIBRO DI SCIENZE

PROF.SSA CRISTINA CORAZZA



IL SUOLO

Il suolo di San Mauro Forte  è prevalentemente argilloso, la sua 

composizione lascia spazio anche al tufo che grazie alla sua 

friabililitá ha permesso la formazione  di molte grotte . 

L'argilla ha i pori molto piccoli e non comunicanti tra uno strato 

e l'altro, per cui l'acqua che penetra inzuppa l'argilla come una 

spugna ma non va in profondità. Quando l'argilla affiora dal ter-

reno, cioè quando il suolo  scivola a valle per dilavamento, 

prende il nome di  “calanchi”. I calanchi possono avere di-

verse tipologie come dopo vedremo e fanno anche da sparti-

acque.

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Geologicamente parlando la zona presa in esame è la zona a 

cavallo tra la Avanfossa bradanica 

Appenninico e il foglio 200 di Tri-

carico. I corpi presenti sono riferibili 

alle unitá di Formazione di Serra Pa-

lazzo, (Miocene medio-superiore), 

Sabbioni di Garaguso (Plio-

Pleistocene) e Argille Subappen-

niniche (Plio-Pleistocene). Sono 

stati effettuati diversi campiona-

menti nelle sezioni di Fosso Petri-

gnano, Bosco Bellebuono Masseria 

Bellebuono e Torrente Misegna. La 

conoscenza dei  depositi sabbiosi 

plio-pleistocenici  dei Sabbioni di 

Garaguso  ha permesso di 

conoscere meglio l' evolzione  della 

Fossa bradanica dal Plio-

Pleistocene ai tempi nostri.

I calanchi comunque durante la 

loro vita subiscono diversi cambia-

menti, che variano con la loro età, 

cioè dalla loro formazione alla loro 

“vecchia”.

I terreni argillosi compresi i 

calanchi nelle zone sanmauresi,  sa-

landresi ecc. sono orientati a  sud-est.  L' argilla  ha  gli strati a reggi-

poggio, cioè inclinati in direzione opposta al pendio che così impe-

discono alla collina di franare. 

Gli strati a reggipoggio si possono vedere a occhio nudo scavando 

sul terreno argilloso.

Parlando dei calanchi in formazione dob-

biamo dire diverse cose:  prima di tutto i 

calanchi in formazione si notano perchè nel 

terreno, dove è ancora presente il suolo, si 

notano delle crepe provocate dall'acqua. La 

nascita dei calanchi può essere impedita o 

rallentata dalla presenza di pascoli, che 

hanno la funzione di concimare il terreno e 

quindi di garantire la presenza di vegeta-

zione e quindi di suolo.    

 

Nei calanchi notiamo striature chiare dovute 



alla presenza di sale lasciato dall'evapora-

zione dell'acqua. L'acqua che  scorre sui 

calanchi, può incontrare nel suo percorso 

delle zone sabbiose. In quei punti l'acqua 

viene assorbita dalla sabbia e scava dei tun-

nel nei calanchi. Quando è presente questo 

fenomeno, si formano in corrispondenza 

della sabbia erosa, dei buchi nell'argilla. 

Questo fenomeno  è simile al carsismo ma 

non è carsismo vero e proprio, perchè la na-

tura del suolo non è calcarea.

Sembrerà strano, ma pure sull'argilla nascono dei vegetali! Sono 

quelle piante che sfruttano  quel poco  di suolo rimasto sul terreno 

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argilloso, queste piante sono commestibili e hanno un sapore sa-

lato!


L' argilla veniva usata  per costruire i mattoni, ecco perchè nei  

pressi dei calanchi ci sono dei vecchi forni usati proprio per cuocere 

i mattoni.

Le argille più antiche presentano dei fossili che affiorano proprio sui 

calanchi. 

Comunque  il terreno di San Mauro mi piace molto per la sua compo-

sizione argillosa e mi incuriosisce per il suo cambiamento da prato 

ai calanchi, questo vuol dire che il terreno sammaurese è in perfetta 

armonia col tempo.

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I FIUMI

I fiumi che interessano la zona di San Mauro Forte sono di carattere 

torrentizio e possiamo definirli fiumare .    

Il fiume Cavone meglio conoscuto come Salandrella attraversa la zo-

na di San Mauro Forte si trova a nord di San Mauro e nasce nell' Ap-

pennino meridionale della Basilicata per poi sfociare nel Golfo di Ta-

ranto, avendo un regime torrentizio  ha  piene di inverno e secche 

d'estate. Il Cavone ha un bacino di 675 chilometri quadrati. È il fiu-

me più importante dei due delle zone di San Mauro Forte. La Salan-

drella  da San Mauro dista 19,57 km in linea d'aria. Il secondo fiume 

è il Misegna il quale è meno conosciuto e ha piene e secche, le sec-

che sono totali: l'acqua quasi scompare ed emerge il letto del fiume 

pietroso. In parte succede questo anche alla Salandrella.

Possiamo dire che il Misegna non fa parte dei cinque fiumi più im-

portanti della Basilicata.

Il Gaddone è un altro piccolo torrente come il Misegna ed ha le stes-

se caratteristiche: periodi di secca e di piene ed è un affluente della 

Salandrella  (quindi non è uno dei principali fiumi sammauresi) e co-

steggia la cavonica

Comunque i fiumi di San Mauro Forte mi piacciono molto perchè 

hanno un percorso parallelo tra di loro e San Mauro sebra che li con-

trolli stando in mezzo a loro.  San Mauro, insomma, domina i due fiu-

mi.

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LA FAUNA DEI FIUMI

La fauna dei fiumi sanmmauresi e dei dintorni è un insieme di biodi-

versitá .Ci sono nei fiumi diversi pesci carpe , cavedani , qualche 

persico e le anguille. In primavera arrivano degli uccelli  acquatici. 

Ad esempio le papere acquatiche.

Le carpe (Ciprynus carpio ) sono onnivore e mangiano vermi , lom-

brichi e organismi e si aiuta 

sul fondale  con i barbigli. 

Creano anche delle bollicine 

che salgono dal fondale ver-

so sopra. Possono deporre 

2-300.000 uova in primavera 

o estate, impressionante!!!

In questo periodo i branchi di carpe (che raggiungono i dieci esem-

plari) si spostano  verso le sponde, le quali sono più calde e si nutro-

no di canneti. Poi quando salgono su creano degli spruzzi. Questi 

sono pesci pacifici e sono alcuni dei protagonisti della pesca.

La carpa ha un corpo ovaloide che arriva  a 130 cm di lungezza ed 

arriva a pesare 40 kg. Vive sino a 20 anni e quindi è molto longeva.

Il cavedano presente in que-

ste zone è il cavedano itali-

co (Squalius squalus) ed è 

simile a quello europeo. In-

fatti, prima venivano consi-

derati un’unica specie. Si 

possono distinguere le due 

specie dalle pinne che so-

no trasparenti nei cavedani 

italici e rossastre nei cavedani europei. La lungezza massima è di 

60 cm mentre il peso tipico è di 3 kg. Il cavedano raggiunge le mas-

sime dimensioni nei laghi. 

Poi  c' è il persico reale (Perca 

fluviatilis). Il persico presenta un 

corpo tozzo con due pinne dor-

sali. Dietro, la testa forma uno 

scalino. Le pinne ventrali sono 

rosse e quelle pettorali gialle, il 

ventre è bianco. Raggiunge i 60 

cm. I persici si riproducono tra 

febbraio e luglio . Le uova rag-

giungono 2-2,5 mm e vengono ricoperte di muco. La riproduzione di 

solito avviene nelle acque basse, ricche di vegetazione. Le uova si 

schiudono dopo 2-3  settimane e le larve misurano 5 mm e si riuni-

scono sulle rive.

L’Anguilla (Anguilla anguilla) è 

conosciuta anche come anguil-

la europea o Anguilla Capitone. 

Presenta un corpo serpentifor-

me ed ha la pinna dorsale più 

corta di quella caudale. La man-

dibola è più sporgente della ma-

scella. Il colore può essere di 

due tipi: negli animali che vivono in acque dolci i colori sono bruno e 

giallastro, per gli animali di mare, invece, i colori sono nero e argen-

to. Le femmine arrivano a 3 kg di peso. Le anguille si riproducono 

nel mare dei Salgassi e solo lì possono riprodursi. Le anguille, inol-

tre, hanno un forte istinto protettivo. Quando si schiudono le uova il 

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giovane ritorna in Europa. L'anguilla mangia pesci sia vivi che morti, 

caccia di notte e quando l'acqua è torbida si aiuta con l'olfatto. È 

presente nel mar Mediterraneo, nell'oceano Atlantico, dall'Islanda al 

Senegal, ed è meno comune nel Mar Nero.

Le anatre vengono in queste zo-

ne nei periodi caldi. Preferisco-

no stare negli stagni e nei laghi, 

non hanno il senso di orienta-

mento sulla terraferma. Si trova-

no anche nei giardini pubblici. 

Per trovare il cibo, le anatre van-

no sulla terraferma o sott'acqua 

tendendo solo il posteriore fuori  

dalla  acqua, altre invece si immergono completamente in acqua. 

Quelle non di mare che non si immergono del tutto si nutrono di ve-

getali, quelle di mare che si immergono del tutto si nutrono di pesci.

Comunque la fauna acquatica mi piace molto perché gli animali di 

questa fauna hanno caratteristiche uniche quasi da formare un mon-

do a parte. Insomma questa fauna mi stupisce.

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I VENTI

Lo scirocco

Lo scirocco arriva da Sud-Est e si chiama così perché, rispetto alla 

rosa dei venti, arriva dalla Siria. E' un vento carico di umidità, perché 

prima di arrivare da noi attraversa il mare e si carica di vapore ac-

queo.


A San Mauro Forte, quando c’è lo Scirocco l’aria diventa afosa an-

che nella parte più alta del pese.

Non puoi uscire fuori perchè non riesci a respirare.

Di solito nel centro storico, pure d’estate fa fresco, ma quando c’è lo 

Scirocco non si riesce neanche a respirare.

Il Libeccio

Il libeccio si chiama così perché rispetto alla rosa dei venti (posizio-

nata su Malta), proviene dalla Libia (Sud-Ovest).

Anche questo vento, come lo Scirocco, è umido ma è caratterizzato 

da raffiche intermittenti molto forti.

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Una volta è capitato chemia madre era venuta a prendermi da scuo-

la per riportarmi a casa. Ad un certo punto arrivò un’ondata di aria 

afosa che mi entrava nelle vie respiratorie, era un vento  talmente  

forte che  mi stava portando via.

Non sapevo cosa fosse perché quel tipo di vento non lo avevo mai 

“sentito”. Poi mia madre mi spiegò che quel forte vento si chiamava 

Libeccio ed era così caldo perchè proveniva dalle zone africane.

Si ha la sensazione di essere chiusi in un barattolo e di non riuscire 

a respirare. 

La Tramontana

La Tramontana è un ven-

to che proviene da nord 

ed è secco e di solito 

porta cielo sereno.

A San Mauro Forte, 

quando c’è la tramonta-

na, fa un freddo incredi-

bile perché,visto che è 

un vento proveniente da 

nord l’aria è gelida.

Quando spira la Tramon-

tana in inverno, le mani 

si gelano e la temperatu-

ra può arrivare a 0°C.

Sembra che ti trovi in un 

congelatore 

Il Maestrale

Il Maestrale è un vento che soffia da Nord- Ovest. E' un vento molto 

intenso che in genere dura 3 giorni.

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LA FLORA

San Mauro Forte è un borgo della Collina Materana che sorge su 

un colle delimitato da due corsi d’acqua: il Salandrella e il Mise-

gna. 


Questi fiumi, al limite dei confini amministrativi, si uniscono per 

dar vita al quinto fiume ionico lucano: il Cavone.

Il paesaggio sammaurese è caratterizzato dall’alternanza di aree 

naturali e superfici agronomiche. Tra le principali coltivazioni so-

no rappresentati i cereali i cui campi caratterizzano la porzione 

più bassa del territorio sammaurese che si estende ad est del 

centro abitato. Le colture che caratterizzano le aree adiacenti al 

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centro urbano sono: i vigneti e gli uliveti. Questi ultimi forniscono 

uno dei principali prodotti del borgo: l’olio.

Per quanto concerne gli ambienti naturali, caratteristica è la ricca va-

rietà della vegetazione. Risalendo le dorsali si incontrano boschi di 

leccio, frassino e olmo, che si alternano a cerri, carpini, aceri, cornio-

li, oltre che a residui di boschi di roverelle che talvolta raggiungono 

dimensioni notevoli. 

Nelle zone più aride che con-

traddistinguono la porzione 

orientale del territorio sam-

maurese si riscontra la pre-

senza di specie vegetali par-

ticolari, tipiche degli habitat 

delle praterie steppiche. Gli 

originari  boschi di querce, 

con l’intervento delle azioni 

antropozoogeniche (disbo-

scamenti, incendi e pascoli) sono divenuti intere distese della carat-

teristica Macchia Mediterranea o termofila che richiede temperature 

medie annue intorno ai a 15° - 18°. Quest’ultima è dominata da oliva-

stri e lentischi, entrambi arbusti. Il fiore caratteristico della Macchia 

termofila è il Cisto Bianco o di Montepellier, un fiore molto, ma molto 

bello secondo me, con i petali bianchi e il centro giallo. 

Come già detto, San Mauro si trova fra due torrenti che unendosi for-

mano il fiume Cavone. Lungo i corsi d’acqua del piccolo paese vi 

sono moltissime tife. In più, le zone ripariali hanno subito in molti 

punti dei mutamenti da parte dell’uomo, come dal punto di vista 

estrattivo. 

Ora facciamo un passo indietro e ritorniamo a parlare delle tife . La 

Tifa è una pianta robusta che vive nelle zone dove c’è l’acqua. I suoi 

fiori sono delle spighe fiorali con un esile inflorescenza di fiori ma-

schili gialli, che continua inferiormente con una zona più larga e scu-

ra di fiori femminili. E’ alta intorno ai 3 m. Lungo le rive dei fiumi sor-

gono molti boschi di pioppo. Gli alberi presenti in questi boschi so-

no il Pioppo Nero, il Salice Bianco e l’Olmo Campestre, che sono alti 

intorno ai 30 m. Gli strati arbustivi di questi boschi sono caratterizza-

ti dal Biancospino, dalla Rosa di S. Giovanni e dalla Sanguinella, 

che deve il suo nome alle sue foglie giallognole che, esposte al So-

le, diventano rosso-sangue. 

Nel territorio tra San Mauro e Ferrandina  vi è il bosco del Pantano, 

molto particolare perché paludoso e umido anche in estate. Io perso-

nalmente non ci sono stato, ma dalle persone che ci sono andate ho 

sentito dire che è proprio come una palude immersa nella giungla. 

Ci sono addirittura le liane e non oso immaginare la fauna fantastica 

che ci sarà, ma io vi illustrerò la flora. Questo bosco è composto da 

Pioppi neri (populus alba) e da Pioppi bianchi (populus nigra) e nel-

lo strato arboreo, cioè tra gli alberi che compongono questo bosco, 

possono comparire anche l’Olmo Minore e il Frassino ossifilo, men-

tre nello strato arbustivo possiamo trovare il Sambuco, dal cui frutto, 

cioè delle bacche viola, si ricava una marmellata deliziosa, la mia 

preferita.Si può trovare inoltre il Ligustro, i cui rametti sono da giova-

ni appena pelosi e poi lisci e grigi. Il  Ligustro ha un bel fiore giallo-

biancastro. Ci sono poi il Biancospino e la Sanguinella che ho già 

citato prima.

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 L’immagine riproduce un biancospino (a sinistra) e una pianta di li-

gustro (a destra)

Nei dintorni del centro abitato di San Mauro vi sono molti rimboschi-

menti poiché sono stati piantati soprattutto  pini  marittimi e cipressi.

I boschi di San Mauro spesso sono formati da Querceti e Cerri. Que-

sti boschi sono presenti soprattutto in Contrada  Conco, il così detto 

Bivio. Le piante che caratterizzano questi boschi sono i Cerri e i Far-

netti alti circa 30. Lo strato arbustivo, invece, è caratterizzato dalla 

Rosa Canina e dal Prugnolo  che si chiama così perché i suoi frutti 

sono simili alle prugne ma molto più piccole mentre lo  strato erba-

ceo è formato principalmente dall’ Anemone Appennina e dalla  Pri-

mula Vulgaris.

Si illustrano in senso orario partendo dalla prima in alto a sinistra: la 

rosa canina, il prugnolo, la primula e l’anemone appenninica.

Una delle piante più presenti a San Mauro è la ginestra o Ginestra 

Comune (Spartium junceum L.). I suoi rami contengono un tessuto 

molto fibroso simile alla canapa e i Romani li usavano per legare le 

viti. E’ pianta molto ma molto bella. I suoi fiori sono giallo acceso, 

molto profumati, mentre i suoi rami sono verdi.

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Ginestra comune  (Spartium junceum)

L’ albero da frutto più coltivato a San Mauro è il fico. Il fico è uno dei 

miei frutti preferiti. Il Fico ha un fusto  irregolare tutto deformato e pie-

no di fessure, ha le foglie molto grandi e pelose. Il frutto ha la buccia 

generalmente verde, ma alcune specie di fichi hanno anche la buc-

cia rossa. A San Mauro si coltiva una specie di fico  molto particola-

re, il cui frutto è pronto per essere mangiato prima dei fichi. Tale frut-

to è il fiorone, in dialetto sammaurese “clombr”. Questo nome  sottoli-

nea la grandezza del frutto, che è superiore alla grandezza dei fichi.

Un altro degli alberi da frutto coltivati a San Mauro è il ciliegio. Vi so-

no vari tipi di ciliegie che per me sono buone tutte. Le specie varia-

no in base alla stagione di crescita. Quelle che coltivo io nel mio “or-

to” nascono molto presto, a Maggio, mentre altre razze nascono in 

Agosto.

Mentre scrivevo mi è sorta una domanda: in quale stagione i sam-



mauresi passano più tempo fra i boschi? Sicuramente in primavera, 

soprattutto nei mesi di Marzo ed Aprile, cioè quando si vanno a rac-

cogliere gli asparagi. La pianta dell’asparago, che prende il nome 

proprio dal frutto è molto diffusa a San Mauro. Il suo nome scientifi-

co è Asparagus acutifolius. Già dalla parola “acutifolius” si deduce 

che questa pianta ha le spine. E’ un arbusto sempreverde, può esse-

re alto fra i 50 e i 150 centimetri  ed è molto ramificato. Il loro frutto è 

sicuramente il frutto più buono che la natura offre a San Mauro. E’ 

buono cucinato in tutti i modi. L’asparago è lungo, liscio e verde. Al-

l’estremità si ramifica in alcune striscioline che subito si riappoggia-

no alla punta.

La prima cosa che una persona nota quando viene a San Mauro so-

no i calanchi. I calanchi sono affioramenti dell’argilla sotto il terreno. 

Come tutti i tipi di terreno l’argilla, anche se è estremamente arida,  

ha una propria vegetazione .

Come abbiamo già detto l’argilla è un terreno molto arido perché è 

poroso e quindi non c’è molta vegetazione.  Le piante più presenti 

nel territorio argilloso sono il lentisco, già citato, e l’ atriplice col no-

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me scientifico di atriplex salina. Quest’ultima è detta da noi sammau-

resi  “saltuscn”. Siccome i calanchi a San Mauro sono tutti verso Sa-

landra e sono intere distese di atriplice, noi sammauresi usiamo il ter-

mine “saltuscn” come sfottò nei confronti dei salandresi.

Non so per voi ma per me San Mauro è un paese strepitoso e molto 

colorato, soprattutto in primavera, e sono orgoglioso di essere un 

sammaurese!

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GLI INSETTI

SAN MAURO sorge su una collina a 540 m .sul livello del mare 

ed  è in provincia di Matera. Nel nostro piccolo paese esistono 

diverse specie di insetti.

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DERMATTERI:  Facilmente riconoscibili  per la presenza di cerci fog-

giati a pinza 

o forbice 

all’estremità 

addominale . 

Dal corpo ti-

picamente 

allungato, 

con appa-

rato boccale 

masticatore , 

capo ben dis-

tinto dal to-

race, colora-

zione giallas-

tra o bruno- nerastra. Numerosi dermatteri presentano due paia di 

ali, delle quali il primo paio, ispessito e coriaceo , ricopre e protegge 

il secondo. 

BLATTARI :Sono insetti terricoli, insettivori  vegetariani, o polifogi; di 

giorno  stanno  per lo più nascosti . Sono cosmopoliti e se ne 

conoscono oltre  1000 specie, di cui una ventina in Italia. Comune-

mente detti scarafaggi o blatte.  Vi-

vono in ambienti vari: sotto i 

sassi, tra le foglie secche, tra le 

erbe ed i cespugli. Piccoli insetti 

dal corpo generalmente ovale, 

fortemente appiattito in senso 

dorso-ventrale e terminante poste-

riormente con due cerci. Le ali 

sono presenti in alcune specie (in 

particolare nei maschi) , assenti in altre. Le antenne sono lunghe e 

filiformi , l’apparato boccale è masticatore. Sono  insetti paurometa-

boli, con uova estremamente resistenti e protette in ooteche denomi-

nate cocoon.  Numerose specie sono antropofile, legate per l’alimen-

tazione e la dispersione alle attività umane. 

EMITTERI : Il loro nome deriva dal greco 

“ hemi”  , cioè mezzo , ed è riferito al 

fatto che alcuni di questi insetti , quando 

sono riposo, sembravano avere solo 

delle mezze ali . A questo ordine appar-

tengono cicale, cimici, afidi e coccini-

glie. Il loro carattere comune e nella 

forma  dell’apparato boccale: pungente 

succhiante formato da quattro stiletti che a riposo sono contenuti nel 

“ rostro” o labbro inferiore , e mantenuti accostati alla parte  ventrale 

del corpo. Hanno antenne di pochi articoli.  Sono fitofagi, predatori o 

parassiti di vertebrati. 

COLEOTTERI : E’ il più ampio or-

dine di insetti. I coleotteri  hanno 

corpo sclerificato e apparato boc-

cale masticatore. Le ali anteriori, 

sclerificate, coprono le posteriori 

membranose. Il lori nome deriva 

proprio da questa caratterizzati da 

occhi composti, capo ben struttu-

rato ed evidente e spesso presen-

tano sei zampe toraciche. Le antenne differiscono molto tra specie e 

specie. Sono insetti olometaboli, con giovani (larve) molto ordine di-

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versi dagli adulti, spesso apode. Gli insetti di questo ordine sono 

per lo più fitofagi, ma possono essere anche predatori, coprofagi e 

saprofagi. 

IMENOTTERI : E’ l’ordine di insetti a cui 

appartengono le api, le formiche e le 

vespe. Sono caratterizzati da due paia 

di ali membranose (dal greco “hymen”= 

membrana) anche se alcuni gruppi pre-

sentano individui atteri. Il primo paio di 

ai è di dimensioni maggiori rispetto al 

secondo. Hanno apparato boccale masticatore e dimensioni e mor-

fologia assai varie. L’ordine è suddiviso in due sottordini: Symphyta 

e Apocrita. Al primo  appartengono le specie più primitive dell’or-

dine  che si caratterizzano per l’assenza di un restringimento tra to-

race e addome; al secondo, che comprende api, vespe, formiche e 

alti gruppi, presenta una netta separazione tra il torace e la restante 

parte dell’addome.

            

DITTERI : E’ un gruppo di insetti che comprende mosche, zanzare e 

moscerini, caratterizzano da un’ampia variabilità morfologica. Carat-

teristica comune è la presenza di ali anteriori membranose funzi-

onanti e ali posteriori ridotte che servano per regolare l’equilibrio du-

rante il volo  (dette bilancieri). Questi in-

setti hanno due occhi composti, molto 

grandi, apparato boccale succhiatore, 

spesso adattato a pungere. Alcune spe-

cie sono attere. Hanno regimi alimentari 

molto diversificati: dal nettare, alle so-

stanze in decomposizione, al sangue, Le 

larve, apode e spesso acquatiche, sono fitofaghe o parassite; la 

maggior parte si nutre di sostanza organica in decomposizione. 

PSEUDOSCORPIONI: Pur essendo artro-

podi abbastanza comuni, a causa delle 

ridotte dimensioni (non sperano mai gli 

8 mm)  e gli habitat frequentati (lettiera, 

suolo, cortecce) si vedono molto di 

rado. Sono simili agli scorpioni, con due 

grandi pedipalpi, ma non hanno l’aculeo 

addominale. Si  nutrono di piccoli artropodi come collemboli e acari, 

che vengono paralizzati o uccisi con il veleno dei pedipalpi. 

DIPLOPODI : Frequentatori abituali della lettiera, si ritrovano tra le 

pietre e sotto le cortecce. Molti diplopodi sono cavernicoli. Aspetto 

peculiare di questa classe è la 

presenza, nel tronco, di seg-

menti duplici (diplosegmenti). 

Ogni diplosegmento porta due 

paia di zampe (da cui il nome 

della classe). Il corpo è cilin-

drico, il capo tende ad essere 

convesso sul dorso e appiattito 

centralmente. Come gli isopodi, 

alcune specie (Fam. Glomeridae) hanno evoluto la capacità di ap-

pallottolarsi. Il tegumento è molto duro, fortemente impregnato di 

Sali di calcio.

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GLI ANIMALI

San Mauro è un paese agricolo e ci sono molti animali domestici 

e di allevamento.

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I CAVALLI sono stati anche un mezzo di trasporto nell'antichà. Ci so-

no numerosissime razze che possono suddividersi in due ampi grup-

pi, il tipo orientale e piccolo, il tipo occidentale nordico, grande. Fra 

le principali razze  conosciute abbiamo: il purosangue, il normanno 

e il  bretone. La durata media della loro vita è di circa 20-30 anni. Il 

cavallo ha origini antichissime, ma per molti secoli visse selvaggio, 

fino che i popoli ariani o indo-europei riuscirono a domarlo.  I cavalli 

si nutrono di fieno, biada, erba, ecc...  La sua gravidanza è di 12 me-

si, e dopo il parto, dopo 8 giorni per 3 giorni di seguito si porta a 

montare dal cavallo maschio. I poni possono partorire solo un pule-

drino, la cui alteazza dipende da quella della madre. 

IL MAIALE è considerato animale domestico, allevato per la carne  e 

per il lardo; deriva per addomesticamento dal cinghiale. Si distinguo-

no parecchie razze tra cui: la ricciuta, la romanica, l'inglese e l'ameri-

cana. Le razze italiane sono state sostituite generalmente da una 

razza inglese. La femmina (scrofa) partorisce due volte all'anno da 6 

a 12 porcellini, che di solito sono macellati a 2 anni. La loro gravidan-

za dura 4 mesi. Il maschio da riproduzione è detto vero. La carne si 

mangia fresca o salata o anche affumicata, così pure il lardo. La car-

ne del maiale, in confronto alle altre, contiene grassi ed è facilmente 

digeribile, ma è anche più assimilabile e affatica meno il rene. Il 

maiale è un animale  onnivoro.

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LA GALLINA: individuo femminile adulto, sessualmente maturo degli 

uccelli del genere gallo e dei gallinacei .Si nutrono di semi, erba, 

grano ecc...Possono fare massimo 2 uova al giorno. La loro cova è 

di 30 giorni.

 I GATTI sono animali carnivori della famiglia dei felini, come la tigr, il 

leone, il leopardo, la pantera, discendente dalla specie selvatica afri-

cana, diffuso ora, allo stato domestico,in tutto il mondo. L'addomesti-

camento del gatto si fa risalire agli Egizi, molti secoli a.C. Ha il corpo 

robusto, agilissimo e flessuoso, capo arrotondato, con grandi occhi 

fosforescenti ed ha le zampe armate di unghie ad artiglio, che ven-

gono tirate fuori quando l'animale vuole servirsene. Le dimensioni e 

il colore del pellame dei domestici variano a seconda delle razze: il 

cinese ha il pelo lungo e morbido, le orecchie penzolanti come quel-

le dei cani. I persiani hanno il pelo simile a seta bianco o grigio, con 

sfumature azzurre, l'angora e il soriano con la cui pelliccia si fanno 

caldi indumenti invernali; il chinchilla, il cumano il certosino, dal lun-

go e morbido pelo grigio azzurro. Le razze selvatiche, sebbene van-

no scomparendo, sono ancora abbastanza numerose: il felis catus, 

dell'Europa il felis manul, della Siberia il felis manculata, è un abilissi-

mo cacciatore di topi si rende assai utile all'uomo  si affeziona moltis-

simo alla casa più del padrone e mantiene integro il suo amore per 

la libertà per i cuccioli non c'è un numero preciso, ma possono na-

scere dai 2 ai 7 gattini.    

                                                                                                                                                                                                                                  

LE PECORE: Mammiferi cavicorne dell'ordine dei ruminanti. La peco-

ra è nota per la  sua timidezza e la sua stupidità. La pecora ha statu-

ra mediocre, fronte con corna, gambe sottili, coda pendente, due 

mammelle inguinali, lana folta e ricciuta. Le pecore si conoscono al-

lo stato domestico fin da tempi remotissimi, e pare discendano dal 

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muflone asiatico. Oltre alla carne, le pecore danno sego, pelle per 

scarpe, pergamene e principalmente circa 2 chili di lana ad ogni to-

satura, che viene fatta una volta all' anno in estate. La merinos è la 

specie che fornisce lana migliore. Il capostipite dal quale discendo-

no le pecore è il muflone d'Africa o pecore dalla giubba, comune nei 

luoghi deserti e montuosi dell'Algeri. La pecora merinos ha le ma-

scelle e le guance coperte di una specie di barba. Il muflone di 

Asia, o orgali, ha le dimensioni di un asino. La sua gravidanza è di 5 

mesi, il massimo del suo parto e di 3 agnelllini.

IL CONIGLIO: Mammmifero ronditore simile alla lepre, dalla quale 

differisce per alcuni caratteri: orecchie meno lunghe, zampe più pro-

porzionate tra loro. Si nutre di erbe, radici, cortecce e, essendo mol-

to prolifico, diviene a volte, come nell'Austraila, dannoso alla campa-

gna. E' diffusissimo in tutta l' Europa. Nel Belgio in Francia e in Inghil-

terra ne viene fatto un allevamento intensivo e se ne sono ottenute 

varie razze assai pregiate, come quella d'angora dal lungo pelo co-

lor grigio argento, molto ricercato. Il coniglio fornisce una carne bian-

ca, di facilissima digeribilità è perciò consigliabile per  gli infermi. Il 

loro potere energetico: un kg di carne  il coniglio infatti, non produce  

che 900 calorie, in confronto alle 2500 della carne di bue e alle 

3700-3800 della carne di maiale. I conigli prima del parto si creano 

una "cuccia" per far stare i loro  coniglietti più caldi.  

LA CAPRA: Mammiferi ruminanti cavicorni, dal corpo tozzo, orec-

chie diritte, corna più sviluppate nei maschi, grandi, ricurve all'indie-

tro, mento barbuto. La capra è uno degli animali domestici più utili 

all'uomo: la sua carne è molto nutriente; il suo pelo è usato per tessu-

ti, il suo latte è prezioso nell' alimentazione dei malati e dei bambini 

gracili. Le capre, in rapporto alla loro grandezza, producono più lat-

te delle mucche da latte. E' inoltre da tener conto che le capre da 

latte costano meno delle vacche, perchè possono essere nutrite as-

sai grossolamente. La capra mohair ha il pelo assai lungo e bianchis-

simo e si adopera per fare una lana molto soffice. Con la pelle dei 

capretti si fanno scarpe e guanti. La capra può partorire massimo 3 

capretti, la sua gravidanza è di 5 mesi. La capra è un mammifero er-

bivoro.

                                                                                                                                                              



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I CANI: uno dei mamifferi più utili all'uomo, il cui addomesticamento 

risale alla più remota antichità. Le caratteristiche princpali del cane 

sono: testa allugata, lingua liscia, zampe posteriori lievemente più 

lunghe delle anteriori, pupilla rotonda, vista, odorato e udito acutissi-

mi. Il cane è un 

grande amico 

dell'uomo ed in 

molti casi gli è 

utilissimo. I cani 

scozessi sono i 

guardiani di pe-

core più intelli-

genti e svelti, a 

loro è affidato il 

gregge, ed es-

si, correndo a 

destra e a sini-

stra, stanno at-

tenti che nessuna pecora si allontani dal gregge. Sull' origine del ca-

ne i pareri sono discordi, ma certamente esso è un incrocio di lupi, 

sciacalli ed altri animali forse già scomparsi, di cui, del resto, il cane 

conserva alcune abitudini. Il cane nasconde sotto i mobili o sotto i 

tappeti gli ossi, come un tempo i suoi antenati li nascondevano nel 

terreno; ed ulula di notte, come ulula il lupo. Il cane è carnivoro ma 

dopo secoli di convivenza con l' uomo, si è abituato a mangiare un 

pò di tutto, eccetto alcuni vegetali e la frutta. Non è possibile stabili-

re l'epoca in cui il cane divenne schiavo dell'uomo. Le più lontane 

tradizioni i documenti storici più antichi ci mostrano il cane ridotto 

allo stato di domesticità. Nelle età preistoriche all'epoca del bronzo, 

si vede il cane compagno dell' uomo che viene sepolto insieme al 

suo padrone. Il cane è, per così dire, parte integrante dell'uomo. Il 

cane va soggetto ad una terribile malattia, che attacca anche il lu-

po: la rabbia. Questa malattia, si sviluppa spontaneamente o per 

contagio. I sintomi più caretteristici, sul principio, sono la malinconia 

e l' inappetenza. L'animale ha l' occhio infiammato, brillante; la luce 

lo molesta; una sete ardente lo tormenta e non riesce a soddisfarla, 

perchè prova un gran dolore nell' inghiottire. Il cane rabbioso è indo-

cile, manda  un grido rauco tutto particolare, che svela il suo male. 

L' animale corre qua e là, come furibondo, mordendo tutto ciò che 

incontra sulla sua via, gatti, cani, uomini, donne e fanciulli e infetta 

così tutte le vittime con il veleno di cui è impregnata la sua bava. E’ 

molto raro  che si avventi contro il suo padrone, ed è probabile che 

scompaia dalla casa appena sente i primi sintomi di quest' orribile 

male. Oltre la rabbia  i cani soffrono tutti indistintamente, di un male 

che ne fa morire più della metà, e da cui sono presi ordinariamente 

nel periodo della dentizione. Si tratta di una infiammazione degli or-

gani respiratori, complicata da accidenti nervosi, e che dura dai  

venti ai quaranta giorni .L' uomo che desideri conservare il suo cane 

non deve in questo caso indugiare a portarlo  da un veterinario. La 

gestazione della cagna dura 63 giorni, presso a poco come quella 

della lupa. I piccoli, il numero dei quali varia da sei  a dodici, nasco-

no cogli occhi chiusi, e  li aprono  verso  il decimo giorno. All'età di 

due anni  hanno finito di crescere. La vita del cane dura circa venti 

anni. L'odorato squisito del cane fa sì che lo si adoperi nella caccia  

degli animali selvatici. I cani da caccia formano due categorie; i ca-

ni da corsa e i cani da fermo. I primi tengon dietro rapidamente a 

una traccia abbaiando, e non si fermano se non quando hanno pre-

sa o perduta la selvaggina. I secondi seguono in silenzio le tracce 

della selvaggina, scoprono i vari suoi giri, le sue astuzie, e non si fer-

mano se non quando avvertono vicina la presenza della preda. Allo-

ra si dice che postano. Certi cani da fermo si posano sul ventre 

aspettando il cacciatore; altri rimangono immobili e fissi con la zam-

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pa alta, le narici dilatate, e cercano di  affascinare la selvsggina coi 

loro sguardi. Si adoperano pure l' alano, il mastino ed il grifone per 

cacciare la grossa selvaggina. I cani bisognia cominciare ad adde-

strarli all'età di 4 o 5 mesi. Si deve lasciare riposare la loro intelligen-

za al tempo della dentizione e riprendere l' insegnamento verso il 10 

mese. Il Il cane ha variato nel tempo la sua statura, la sua forza e il 

suo pellame. E' dunque  difficile classificare in un piccolo numero di 

gruppi omogenei tutte le razze e sottorazze che esistono oggi.  

LE MUCCHE:Sono mammiferi erbivori che pascolano di solito in pra-

terie. Sono animali utili sia per la carne sia per il latte e  la loro gravi-

danza dura 9 mesi. Esistono diverse razze.

L’ISTRICE (HISTRIX CRISTATA): non spara gli aculei come molti pen-

sano ma li perde semplicemente . Quando si difende, invece, tende 

a “gonfiarsi” innalzando gli aculei che, quando sono irti sembrano 

quasi un bosco di sarisse delle falangi macedoni. Poi nella Macchia 

Mediterranea sammaurese vi possiamo trovare la tartaruga (testudo 

hermanni) e l’ occhiocotto (sylvia melanocepha).

OCCHIOCOTTO (SYLVIA MELANOCEPHA): uccellino grande quasi 

quanto un passero con becco sottile, ali brevi e coda ad apice arro-

tondato, presenta un colorito prevalentemente grigiastro. Il maschio 

è identificabile grazie ai margini della coda bianchi (assenti nella co-

mune capinera) e soprattutto al cappuccio nero, esteso fin sotto gli 

occhi su cui spicca l'anello perioculare rosso che ne ha suggerito il 

nome italiano. La femmina, e soprattutto i giovani, presentano una 

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livrea meno contrastata e possono più facilmente essere confusi con 

altri piccoli passeriformi, i crostacei terricoli, che possiamo trovare 

sugli ambienti della macchia mediterranea. Sono gli Isopodi , i Chilo-

podi i Diplopodi, i Nematodi che decompongono i vegetali, gli Anelli-

di e gli , Aracnidi questi insetti consentono la vita di alcuni rapaci in-

settivori come la Cinciarella.In queste zone è facile osservare molte 

specie di uccelli come il Saltimpalo.   Oltre alla macchia mediterra-

nea  vi sono altri habitat stupendi a San Mauro come le “ comunità” 

di querceti misti  abitati dai cinghiali.

IL CINGHIALE (SUS SCROFA): questa specie è molto diffusa in tutta 

la Basilicata ed è un mammifero artiodattilo della famiglia dei Suidi. 

Infine vi possiamo trovare le sparviere (accipiter nisus) dei rapaci 

molto diffusi nel sud Italia e il tasso (meles meles) da questo nome 

latino deriva il termine dialettale “mlogn” .

Nei querceti misti vi possiamo trovare anche un tipo di coleottero 

molto particolare, il Cerambice della quercia lunghezza è di 5-11 

cm. Il colore del corpo nero intenso, tranne l'apice delle elitre più o 

meno estesamente rossastro. 

Secondo me fra i tanti rapaci presenti a San Mauro due sono i più 

“belli” secondo me, il Nibbio Reale e soprattutto il Nibbio Bruno.

Il Nibbio Reale (milvus milvus) è un rapace molto grande il maschio 

60 cm, femmina 66 cm mentre l’ apertura alare (maschio 150 cm, 

femmina 160 cm), supera il nibbio bruno, con cui spesso si confon-

de. Il suo piumaggio è molto più chiaro di quello del nibbio bruno, 

da cui si distingue per la caratteristica coda rossiccia profondamen-

te forcuta. Se si osserva in volo si distingue anche per la macchia 

biancastra sul lato essendo molto larga permette al nibbio di plana-

re più facilmente. La sua dieta principale è costituita da piccoli mam-

miferi, uccelli, ma anche pesci, e qualche carogna.

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IL NIBBIO REALE (MILVUS MILVUS) 

 Il Nibbio Bruno (Milvus migrans) è grande 55 – 65 cm e ha una 

apertura alare di 140 – 150 cm. Il suo peso corporeo ammonta a cir-

ca 600 - 1.000 grammi. Il nibbio bruno può arrivare all'età di 20 anni. 

Ha una coda biforcuta che tuttavia non è così incisiva come nel nib-

bio reale. La coda viene usata come timone. Il piumaggio è molto 

scuro e le punte delle ali sono di colore nero. Si nutre di pesci morti, 

piccoli uccelli, piccoli mammiferi, anfibi, rettili, insetti, carogne e rifiu-

ti.  

San Mauro è un paese molto “importante” faunisticamente  anche 



per la presenza di un animale estremamente raro, la Lontra (lutrinae) 

un mammifero che vive vicino i corsi d’acqua perché si ciba special-

mente di pesce. A San Mauro si trovano sul torrente Salandrella. Le 

lontre hanno una fitta pelliccia che le protegge dall’acqua e che cat-

tura delle bolle d’aria che le protegge dal freddo.

I rapaci, come abbiamo detto prima, si nutrono anche di rettili, so-

prattutto di lucertole che sono comuni un po’ in tutta l’Italia, ma so-

prattutto di serpenti che a San Mauro sono molto comuni. Vi sono 

molti serpenti il serpente più comune è la vipera o aspide (vipera 

aspis). Alcuni credono che il veleno della vipera sia letale ma non è 

assolutamente vero. Il veleno può essere letale solo per piccoli ani-

mali ma ad un uomo allergico può provocare uno shock anafilattico. 

Ora passiamo all’ aspetto di un’aspide. Essa è lunga al massimo 94 

cm, (mediamente sui 60-65 cm.), presenta testa più o meno distinta 

dal collo, con l'apice del muso leggermente rivolto all'insù, ed occhi 

di dimensione media con la pupilla verticale ellittica. La coda è netta-

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mente distinta dal corpo, caratteristica tipica della vipera e che la 

differenzia, tra le altre cose, dagli innocui colubridi. La colorazione 

varia a seconda dell'individuo dal grigio chiaro al marrone-rossiccio, 

LA VIPERA COMUNE (VIPERA ASPIS)

e concede la possibilità al rettile di mimetizzarsi con l'ambiente circo-

stante. Anche il disegno dorsale cambia da soggetto a soggetto, 

con strisce a zig-zag, macchiette separate o colorazione quasi uni-

forme. L'aspetto generale è più tozzo che negli altri serpenti a causa 

delle piccole dimensioni e della coda molto corta. Il veleno viene 

prodotto da speciali ghiandole velenifere poste in fondo al palato e 

inoculato attraverso denti del veleno cavi al loro interno. Come le al-

tre tre specie di viperidi presenti in Italia, la (Vipera aspis) è ovovivi-

para. Nascono da 6 a 8 piccoli di 15-20 cm, che sono autosufficienti 

e possiedono già ghiandole velenifere. Possono raggiungere anche 

i vent'anni di vita. 

Poi vi sono gli animali che secondo me abbelliscono il territorio sam-

maurese:  i lepidotteri, in parole povere le farfalle che si estendono 

nell’ area dei querceti. Ci sono lepidotteri  di molte specie e soprat-

tutto di molti colori diversi.

Uno dei miei volatili preferiti  è l upupa (upupa epops). Mi piace per-

ché ha sul capo una strepitosa cresta e ha un becco lungo ,curvo e 

sottile, e le upupe sono migratrici, migrano in estate.   

Mentre passeggi nei boschi di San Mauro potresti notare dei buchi 

nella parte alta del fusto. Alcuni pensano che siano delle tane di tas-

si o volpi, invece sono delle tane in cui vivono i picchi. A San Mauro 

nidificano tre specie di picchi: il picchio muratore (sitta europaea)il 

più 

UPUPA (UPUPA EPOPS)



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bello esteticamente, il picchio rosso mezzano (dendrocopos me-

dium) e il picchio rosso maggiore (dendrocopos major). Il picchio 

rosso mezzano è nella lista degli animali in via di estinzione, infatti si 

possono osservare solo in Basilicata e nel Gargano. Il picchio mura-

tore si arrampica sugli alberi facendo delle corsette in tutte le posi-

zioni, anche all’ ingiù per cercare delle larve. Hanno tutte e tre il bec-

co corto e appuntito per fare le loro tane scavandole nell’ albero.

IL PICCHIO ROSSO MEZ-



ZANO (DEDROCOPOS ME-

DIUM)


IL PICCHIO ROSSO MAG-

GIORE (DEDROCOPOS MA-

JOR)

IL PICCHIO MURATORE 



(SITTA EUROPAEA)

Gli animali presenti nelle 

aree agricole sono: la Vol-

pe (vulpes vulpes), che è 

la  peggior nemica di tutti 

gli allevatori perché man-

gia le galline, il lupo (canis 

lupus) è il più grande della 

sua famiglia, con un peso 

medio di 43-45 kg per i 

maschi e 36-38.5 kg per le 

femmine.  Come il lupo ros-

so, il lupo grigio si distin-

gue dagli altri membri del 

genere Canis per le sue 

maggiori dimensioni e per 

il suo muso e le orecchie meno ap-

puntite. Il suo mantello invernale è 

lungo e folto, di colore prevalente-

mente grigio variegato. Alcuni 

esemplari presentano anche man-

telli bianchi, rossi, bruni o neri. 

Credo che San Mauro sia bello fau-

nisticamente. Venitelo a vedere di 

persona e sono sicuro che ne resterete estasiati .

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Gli alunni della I A:

Celiberti Rebecca

Gorga Domenico

Gorga Rosa

Molfese Sabrina

Montesano Donatella

Santochirico Giuseppe

Savino Marco

Trolio Salvatore

Veber Marcela

Questo lavoro è stato realizzato dai ragazzi di I A 

nell’anno 2014, per ritrovare nel loro territorio i concetti 

studiati nel programma di Scienze.

I ragazzi ringraziano il geologo T. Santochirico per una 

visita guidata ai calanchi e la famiglia Molfese per l’ospi-

talità ricevuta nella loro fattoria.

Gli alunni della I A:

Celiberti Rebecca

Gorga Domenico

Gorga Rosa

Molfese Sabrina

Montesano Donatella

Santochirico Giuseppe

Savino Marco

Trolio Salvatore




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