Centro Studi "Francesco d’Appignano"


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Centro Studi 

“Francesco d’Appignano”

mente


aperta

Settembre 

2014

Continua a pagina 3

di Marino Stipa

T

ornante dopo tornante, percor-



riamo la SS4 , che segue l’antico 

tracciato stradale della salaria, la 

via romana che collegava Roma ad Ascoli 

Piceno, mentre il paesaggio intorno a noi 

diventa  sempre più maestoso. La strada si-

nuosa, corre parallela al fiume Tronto, e ci 

conduce dentro una gola rocciosa, fino ad 

arrivare ad Arquata del Tronto, territorio 

di confine tra le Marche, Lazio, Umbria e 

Abruzzo. Detta  “regina dei due parchi” ha 

un cuore montuoso diviso a metà: a nord, 

si stende il Parco dei Monti Sibillini e a sud 

il Parco del Gran Sasso-Monti della Laga. 

Superata Trisungo, una delle dodici frazio-

ni del comune, ci appare Arquata con la 

sua Rocca su di una rupe che domina la 

strada. Ma la nostra meta è Borgo, qualche 

centinaio di metri prima di arrivare in pa-

ese, e precisamente la Chiesa di San Fran-

cesco.                                      



di Giannino Gagliardi

LA SAGGIA 

VOCE 

DELLA

 TRADIZIONE

LA SAGGIA

 

VOCE DELLA 

TRADIZIONE

a pagina 4

Rubrica a cura di 

Marino Stipa

pag. 4

Centro Studi 

“Francesco d’Appignano”

mente


aperta

La Sindone



ApertaMente

”, il giornalino a cura del “Centro Studi Francesco d’Appignano” è online, potete leggerlo e scaricarlo 

direttamente (a colori) dal sito del Comune di Appignano...   Sono presenti tutti i numeri dal 2011

http://www.comune.appignanodeltronto.ap.it/page/144/apertamente.html

 

P

er evitare ogni con



fu-

sione con santi omo-

nimi, all’eremita egi-

ziano Antonio è attribuito in 

Italia, Spagna, Sud America 

l’appellativo  “Abate”,  men-

tre in Francia, Germania e 

paesi anglosassoni l’aggetti-

vo nobilitativo “il Grande”.

Se  il  titolo  di  “Abate”  è    - 

come si dirà - infondato e 

insostenibile  sul  piano  sto-

rico, perché Antonio non 

ebbe mai la piena autorità su 

un monastero, guidandone 

la vita spirituale e materiale

l’epiteto esornativo “il Gran-

de” mette bene in evidenza 

ed esalta il suo sistema di 

vita religiosa ed anacoretica, 

fatta di preghiere, di rinunce 

e di solitudine. A ciò occorre ag-

giungere che la sua stretta obbe-

dienza  agli  insegnamenti  di  Cri-

sto e il suo impegno esemplare al 

conseguimento della  perfezione 

spirituale ne fanno “un personag-

gio ragguardevole”, (Agostino) e 

un  “mirabile”  fondatore  dell’a-

scetismo”.



La 

Vita Antonii 

di Sant’Atanasio. 

L’esperienza religiosa di Antonio 

fu fatta conoscere da sant’Atana-

sio, il grande patriarca di Alessan-



I VECCHI E I GIOVANI

di Luigi Pirandello

I

 



vecchi e i giovani voleva essere il roman-

zo epocale di Pirandello: al centro della 

narrazione sono le vicende della famiglia dei 

Laurentano negli anni Novanta 

dell’Ottocento, nel periodo della 

creazione  dei  Fasci  siciliani  dei 

Lavoratori e delle lotte di classe 

tra i clericali e i sostenitori del 

nuovo  regime  liberale.  Il  con-

trasto  generazionale  tra  i  padri, 

che hanno fatto l’Unità, e i figli, 

che vedono nel loro conservato-

rismo la gretta difesa di ideali e 

interessi obsoleti, l’emergere del-

la nuova borghesia capitalista, il 

naufragio dello spirito di rinno-

vamento che animava il Risorgi-

mento: i protagonisti del romanzo incarnano 

le istanze più vive all’alba del nuovo secolo. 

Così, il principe don Ippolito di Colimbètra è 

il campione della aristocrazia reazionaria fe-

dele ai Borbone, il figlio Gerlando è animato 

da  idee  rivoluzionarie  in  netta  opposizione 

al  tradizionalismo  paterno,  Mauro  Morta-

ra è un irriducibile garibaldino deluso dagli 

esiti delle lotte risorgimentali, don Flaminio 

Salvo è un potente banchiere che approfitta 

del decadimento della società italiana. I vec-

chi e i giovani è insomma la storia del falli-

mento dell’utopia risorgimentale, virata però 

dalla penna di Pirandello nel consueto gio-

co di specchi che rimandano all’universalità 

dell’uomo. «La gioventù? Che poteva la gio-

ventù, se l’avara paurosa prepotente gelosia 

dei vecchi la schiacciava così, col peso della 

più vile prudenza e di tante umiliazioni e ver-

gogne? Se toccava a lei l’espiazione rabbiosa, 

nel silenzio, di tutti gli errori e le transazioni 

indegne, la macerazione d’ogni orgoglio e lo 

spettacolo di tante brutture?» 



Incipit                                                      

L

a pioggia, caduta a diluvio durante la not-



te,  aveva  reso  impraticabile  quel  lungo 

stradone di campagna, tutto a volte e risvolte, 

quasi in cerca di men faticose erte e di pendii 

meno ripidi. Il guasto dell’intemperie appa-

riva tanto più triste, in quanto, qua e là, già 

era  evidente  il  disprezzo  e  quasi  il  dispetto 

della cura di chi aveva tracciato e costruito 

la via per facilitare il cammino tra le aspe-

rità di quei luoghi con gomiti e giravolte e 

opere or di sostegno or di riparo: i sostegni 

eran crollati, i ripari abbattuti, per dar passo 

a dirupate scorciatoie. Piovigginava ancora a 

scosse nell’alba livida tra il vento che spi-

rava gelido a raffiche da ponente; e a ogni 

raffica, su quel lembo di paese emergen-

te or ora, appena, cruccioso, dalle fosche 

ombre  umide  della  notte  tempestosa, 

pareva  scorresse  un  brivido,  dalla  città, 

alta e velata sul colle, alle vallate, ai pog-

gi, ai piani irti ancora di stoppie annerite, 

fino al mare laggiù, torbido e rabbuffato. 

Pioggia e vento parevano 

un’ostinata crudeltà del cie-

lo  sopra  la  desolazione  di 

quelle piagge estreme della 

Sicilia, su le quali Girgenti, 

nei resti miserevoli della 

sua antichissima vita rac-

colti lassù, si levava silen-

ziosa  e  attonita  superstite 

nel vuoto di un tempo sen-

za vicende, nell’abbandono 

d’una miseria senza riparo. 

Le alte spalliere di fichidin-

dia, ispide, carnute e stra-

volte, o le siepi di rovi secchi 

e di agavi, le muricce qua e là screpolate 

erano di tratto in tratto interrotte da qual-

che pilastro cadente che reggeva un can-

cello scontorto e arrugginito o da rozzi e 

squallidi tabernacoli, i quali, nella solitu-

dine  immobile,  guardati  dagl’ispidi  rami 

degli  alberi  gocciolanti,  anziché  confor-

to ispiravano un certo sgomento, posti 

com’eran lì a ricordare la fede a viandanti 

(per la maggior parte campagnuoli e car-

rettieri) che troppo spesso, con aperta o 

nascosta ferocia, dimostravano di non 

ricordarsene. Qualche triste uccelletto 

sperduto veniva, col timido volo delle 

penne bagnate, a posarsi su essi; spiava, e 

non ardiva mettere neppure un lamento 

in  mezzo  a  tanto  squallore.  Vi  strillava, 

al contrario (almeno a prima vista), una 

giumenta bianca montata da un fantoccio 

in  calzoni  rossi  e  cappotto  turchino.  Se 

non che, a guardar bene, quella giumenta 

bianca si scopriva anch’essa compassio-

nevole: vecchia e stanca, sbruffava ogni 

tanto dimenando la testa bassa, come se 

non ne potesse più di sfangare per quel-

lo stradone; e il cavaliere, che la esortava 

amorevolmente, pur in quella vivace uni-

forme di soldato borbonico, non appari-

va meno avvilito della sua bestia, le mani 

paonazze,  gronchie  dal  freddo,  e  tutto 

ristretto in sé contro il vento e la pioggia.

- Coraggio, Titina!

E intanto il fiocco del berretto a barca, di 

bassa tenuta, pendulo sul davanti, gli an-

dava in qua e in là, quasi battendo la solfa 

al trotto stracco del

la povera giumenta.

Ogni anno si riaccende l’interesse per la figura di sant’Antonio abate, 

pertanto il nostro mensile è lieto di pubblicare un esaustivo intervento 

sulla devozione del santo eremita dello studioso e storico appignanese 

dottor  Giannini  Gagliardi.  Si  rimanda  al  numero  di  Febbraio  2011 

di Apertamente per le notizie riguardanti la storia di sant’Antonio in 

Appignano. In verità, l’intervento può sembrare fuori tempo in quanto 

il 17 Gennaio è passato, ma la conoscenza di ciò che è stato si impone 

sempre come significato e spiegazione all’agire di oggi.     

 

 



     

(

Emidio Santoni)

INVITO ALLA 

LETTURA


Rubrica a cura di 

Marino Stipa

a pagina 4

INVITO ALLA 

LETTURA

Preghiera a Padre Bacco



Preghiera a Padre Bacco

a pagina 3

dria d’Egitto, “padre dell’ortodossia” 

per le lotte sostenute contro gli ariani 

e autore della Vita Antonii, un’opera 

edificatoria considerata ancora oggi il 

capolavoro della letteratura agiografi-

ca, perché creò una nuova mentalità 

religiosa, un’inedita e più valida con-

cezione della santità, un ideale di vita 

cristiana fino a quel momento scono-

sciuto.

Antonio “il grande”

Antonio “il grande”

Lunario:

- Di settembre e d’agosto, bevi il 

vin vecchio e lascia stare il mosto.

- Quando la cicala canta in set-

tembre, non comprare grano da 

vendere.

Relato:

- Il peggior nemico della creativi-

tà  è  Il buon gusto. 

(

P. Picasso)



Versi popolari:

- Li mërichë llà li frattë,

  Quant’è  bbònë  quann’  è  fattë!                  

 Quann’è fattë uva e fichë,

 Më në frëchë dë li mërichë.

Proverbi:

- Nu sacchë vuòtë nën sta rittë.

(Un sacco vuoto non sta dritto. 

Quando si ha fame non si riesce 

a stare in piedi.)



Modi di dire caratteristici:

- Uòcchië nën vedë, corë nën dòlë.

(Occhio  non  vede,  cuore  non  

duole. Simile all’italiano: lontano 

dagli occhi, lontano dal cuore.)



Alias:

Questa parola compare nella 

locuzione  latina    “alias  dictus”  

che si traduce come “altrimenti 

detto”.  In  pratica  vuol  dire  so-

prannome.

 

   


Lu lup

ë

Sant’Antonio Abate - Museo 

del Louvre - 425 d.c.

Week-end


Arquata del Tronto :

La sindone

e

L’auto a carburo



e

L’auto a carburo



Antonio “il Grande”     

   

Continua da pag. 1

Centro Studi 

“Francesco d’Appignano”

mente

aperta

Centro Studi 

“Francesco d’Appignano”

mente


aperta

pag. 2

pag. 3

Entriamo nella chiesa divisa in due na-

vate e dal soffitto  ligneo a cassettoni. 

Nella navata destra , illuminata da due 

finestre, si trovano un pulpito, confes-

sionali e altari risalenti al XVI sec. Di 

legno finemente intagliato, e quadri di 

valore come la Madonna del Rosario, e 

il transito di San Giuseppe. Ma il vero 

tesoro, ci appare proprio sul fondo del-

la chiesa, dove un altare è sormontato 

da un dipinto rappresentante San Carlo 

Borromeo. A fianco una teca conserva 

e protegge un telo di lino che subito ci 

riempie di emozione. Un tesoro che sa-

rebbe stato conservato dai frati e di cui 

per secoli si era persa memoria: l’estrat-

to della Sacra Sindone:



Estratto e non copia, vuol dire che il telo fu 

fatto combaciare con la Sindone originale e 

quindi è stato investito  del valore di reliquia

Ci fermiamo qui, ma un ultima precisa-

zione sembra necessaria: l’estratto della 

Sacra Sindone  è unico al mondo a re-

care impressa la dicitura: 

“Extractum ab 

Originali”

Intanto il monsignor Giovanni D’Erco-

le, vescovo di Ascoli Piceno, ha prean-

nunciato  una Ostensione della Sindone  

di Arquata, nel prossimo aprile al Duo-

mo di Ascoli. Chi non ha pazienza di 

aspettare può cogliere l’occasione di un 

viaggio fino ad Arquata e al Borgo.

Secondo sant’Atanasio, che lo conob-

be  personalmente,  Antonio  nacque 

nel  villaggio  di  Queman  nel  Medio 

Egitto  nel  251  circa  da  una  famiglia 

cristiana benestante. All’età di diciot-

to-venti anni perdette i genitori. Dopo 

aver donato i suoi beni ai bisognosi e 

assicurato all’unica sorella i mezzi in-

dispensabili alla vita, mettendo in pra-

tica  il  messaggio  evangelico  “se  vuoi 

essere perfetto, vendi quanto hai, dallo 

ai poveri, poi vieni e seguimi”, si ritirò 

nella  regione  desertica  della  Tebaide 

per vivere in solitudine un’esempla-

re vita cristiana fatta di preghiere, di 

meditazioni, di povertà, di lavoro ma-

nuale. Per venticinque anni, durante 

i quali dimorò prima in una tomba e 

poi in un castello diroccato, visse da 

asceta. In quegli anni il demonio lo 

tentò  in  diverse  maniere  e  lo  seviziò 

anche in modo crudele, ma Antonio 

resistette a tutti gli assalti con peniten-

ze sempre più severe e rigorose sotto 

la guida di un vecchio maestro. Presto 

la fama della sua santità si diffuse in 

ogni angolo dell’Egitto e molti furono 

attratti dal suo modello di vita religiosa 

e anacoretica. A questi “seguaci” si ag-

giunsero numerosi devoti, che si reca-

vano da lui per chiedergli consigli, pa-

reri e guarigioni. Per proteggere la sua 

solitudine  e  la  sua  intimità  con  Dio, 

Antonio si vide costretto a mutare di 

continuo residenza. Per altro, nella sua 

lunga vita non si disinteressò mai dei 

problemi della Chiesa, difendendo in-

sieme con Atanasio l’ortodossia catto-

lica contro gli ariani e assistendo i con-

fessori nelle miniere e nelle prigioni di 

Alessandria durante la persecuzione di 

Massenzio nel ‘311. Già nell’antichità, 

la tradizione liturgica fissò al 17 gen-

naio del 356 il giorno della sua morte 

avvenuta all’età di 105 anni.

Il più popolare dei Santi.

Questa in breve la Vita Antonii, scrit-

ta da sant’Atanasio. Eppure, nono-

stante  un’esistenza  tutto  sommato  a 

luci  spente,  il  “venerando  eremita” 

di Queman è considerato “il più po-

polare dei Santi” (Grande Dizionario 

Universale del XIX secolo Larousse). 

Nelle Confessioni (VIII, 6, 4), anche 

sant’Agostino  esaltò  la  sua  figura  e 

vide la mano di Dio nella straordinaria 

fama nel mondo di un uomo vissuto 

volontariamente fuori dal mondo.

Sul piano storico la fama di Antonio 

ha molteplici e valide fondamenta. In 

particolare:



1. 

Antonio  è  considerato  da  molti 

come uno dei fondatori del mona-

chesimo cristiano, soprattutto per la 

“potente  attrattiva  e  il  meraviglio-

so  incanto”  della  Vita  Antonii,  che 

“servì  tanto  efficacemente  la  causa 

del monachesimo, descrivendo con 

accenti  commoventi  la  beatitudine 

degli uomini raccolti intorno all’ere-

mita egiziano, salmodiando, leggendo, 

digiunando, pregando, pieni di spe-

ranza  nelle  cose  future”.  Sta  proprio 

in  questa  corrispondenza  ideale  del 

sistema di vita adottato dai seguaci 

di Antonio con quella praticata nelle 

loto case, che nel medioevo i monaci 

orientali e occidentali annoverarono il 

padre dell’anacoretismo fra i fondatori 

delle loro comunità, promuovendone 

il culto ovunque con l’erigere chiese 

ed altari in suo onore. In realtà, però, 

la  creazione  di  ordini  monastici,  nei 

quali la vita in comune secondo rigidi 

regolamenti ascetici sostituiva la fuga 

individuale dal mondo, fu opera di san 

Pacomio prima e di san Basilio poi.

2.

    II  Grande  Dizionario  Universa-

le del XIX secolo Larotisse appena 

menzionato  fa  precedere  la  “voce” 

sant’Antonio eremita nell’arte da que-

sta considerazione di carattere genera-

le: “ non esiste una figura più popolare 

nell’arte cristiana di quella di Anto-

nio.  Dal  Medioevo  in  poi  i  racconti 

più o meno fantastici, di cui gli agio-

grafi hanno riempito la sua biografia, 

lo hanno fatto oggetto di devozione’ 

particolare  da  parte  dei  fedeli”  ed 

hanno ispirato pittori, scultori, nar-

ratori, incisori, quali Rogier Wan der 

Weyden,  Mattias  Gri  newald,  Girola-

mo  Bosch,  Pietro  Bruegel  il  vecchio 

e il giovane, Giovanni Callot, Pietro-

Paolo  Rubens,  Francesco  Zurbaràn, 

Filippo  Lippi,  Alessandro  Magnasco, 

Niccolò  da  Hagenau,  ecc.  Di  regola 

questi artisti, affascinati dai racconti 

di sant’Atanasio, hanno circondato 

sant’Antonio  di  “una  strana  fau-

na demoniaca, con un brulicare di 

larve infernali, in cui le forme uma-

ne e quelle bestiali sono congiunte 

in  combinazioni  impossibili”  e  in 

paesaggi surreali. Anche il grande 

scrittore francese Gustave Flaubert 

restò impressionato dalla relazione 

anastasiana  Antonio-Demonio  e 

scrisse fra il 1856 e il 1873 la celebre 

Tentazione  di  sant’Antonio,  in  cui 

sfilano davanti all’anacoreta tutti gli 

ideali della società moderna.



3.

  La  stima  e  la  venerazione  di 

grandi santi come Atanasio, Ago-

stino,  Gregorio  Magno,  Giovanni 

Crisostomo, ecc.

Il viaggio delle sue reliquie, il 

“fuoco” e il “maiale” di Sant’An-

tonio.

4. 

Secondo sant’Atanasio, negli ul-

timi giorni della sua vita, Antonio 

ottenne dai due discepoli che vive-

vano  con  lui,  Macario  e  Amathos, 

. la promessa che, dopo il suo de-

cesso, avrebbero sotterrato il cada-

vere in un luogo appartato, lonta-

no da sguardi indiscreti e che non 

avrebbero indicato ad alcuno il po-

sto della sua tomba. Nonostante le 

precauzioni adottate, nel 565 il suo 

sepolcro fu scoperto e le reliquie

che vi si rinvennero, furono portate 

trionfalmente ad Alessandria d’E-

gitto. Nel 635, allorché questa città 

era sul punto di cadere in mano agli 

islamici, i resti mortali di Antonio 

vennero trasferiti a Costantinopoli. 

Più tardi, nel secolo IX-X, arrivaro-

no in Francia, esattamente a Saint-

Didier-de-la-Motte, un piccolo cen-

tro  del  Delfinato  presso  Vienne. 

Dal 1491 le reliquie di Antonio sono 

conservate nella chiesa di san Giu-

liano di Arles, “ove opera di conti-

nuo miracoli” (Moroni). Nel 1070, 

un  malato  di  ergotismo  (un  avve-

lenamento cronico originato dal 

consumo continuato di farine con-

tenenti segala cornuta, che si mani-

festa con crisi convulsive, senso di 

fuoco alle mani e ai piedi, bolle can-

crenose e che può anche condurre 

alla  morte)  guarì  all’istante  mentre 

pregava sulla tomba del Santo. Al-

lorché la notizia del miracolo si dif-

fuse in tutta Europa, molti ergotici 

intrapresero lunghi pellegrinaggi 

per andare a pregare e domandare 

la grazia sulla tomba del Santo. Da 

questo momento il culto di Antonio 

ebbe uno sviluppo straordinario in 

Sabato 25 gennaio 1936

I

n seguito alle sanzioni inflitte dal-



la  Società  Delle  Nazioni      all’Ita-

lia per l’aggressione e la conquista 

dell’Etiopia ( 1935 ), il nostro paese 

fu costretto a seguire la strada della 

cosiddetta autarchia economica fina-

lizzata all’autosufficienza. Alla caren-

za di benzina la genialità appignanese 

rispose con una singolare invenzione 

come si può leggere nella cronaca del 

settimanale cattolico Il Nuovo Piceno 

che si  trascrive integralmente:

Gli operai Pacifico Pucci e Giovanni 

Rizzoli hanno percorso per la prima 

volta il tratto Appignano-Ascoli di 

circa 15 chilometri e senza alcun di-

sturbo con una auto il cui motore è 

alimentato mediante un sistema ge-

niale  di  carburo  di  calcio.  Mentre  ci 

congratuliamo vivamente con i due 

umili operai che sono anche padri 

di numerosa prole, per i lusinghieri 

risultati  finora  conseguiti,  facciamo 

voti perchè presto la bella invenzio-

ne che recherà ingenti vantaggi eco-

nomici, possa essere apprezzata dagli 

organi competenti e applicata presto 

su larga scala.

Il Carburo: CaC

2

I

l carburo di calcio è una sostanza 



solida, cristallina, incolore o chia-

ra, con odore caratteristico, suscetti-

bile di reagire rapidamente con l’ac-

qua  dando  luogo  alla  produzione  di 

acetilene.  Trova uso nella lampada 

a  carburo  utilizzata  dagli  speleologi 

e venne anche usato per la pesca di 

frodo; una pratica proibita, punita se-

veramente. 

Il carburo fu prodotto per molti anni 

ad  Ascoli  Piceno  nello  stabilimento 

della  SICE  sin  dagli  inizi  del  secolo 

scorso, precisamente dal 1907, quan-

do la Società Industriale Italiana aprì 

ad Ascoli l’opificio industriale per la 

produzione di carburo di calcio, diret-

to dall’ingegnere Giovanni Tofani. 

Preghiera a padre Bacco

Padre nostro che sei in cantina,

Sia sempre lodata la tua medicina,

Venga a noi il tuo buon vino

Purché sia sano e genuino,

Sia fatta la tua volontà

Nel goderne  in quantità,

Dacci oggi la nostra dose quotidiana 

E riempi a noi  i bicchieri

Come noi li riempiamo ai nostri bevitori, 

Non c’indurre all’astemia

ma liberaci dall’acqua e così sia.



Allegra locandina da 

osteria

Occidente tanto che all’ergotismo fu 

dato comunemente il nome di “fuoco 

di sant’Antonio”. Per venire incontro 

ai  bisogni  spirituali  e  materiali  degli 

infermi, un nobile del Delfinato chia-

mato Gastone, costruì a sue spese nel 

1070  a  Saint-Didier-de-la-Motte  un 

ospedale e fondò una Congregazione 

di canonici regolari, più conosciuta 

come ordine ospedaliero di sant’Anto-

nio di Vienne o semplicemente ordine 

degli  antoniani.  Durante  l’epidemia 

di  ergotismo  del  1089,  gli  antoniani 

costruirono ospedali in ogni angolo 

dell’Europa ed i canonici, che indossa-

vano un mantello nero con un liséré a 

forma di T e giravano sempre con un 

bastone anch’esso a forma di T, otten-

nero in ogni località del continente il 

permesso di allevare nei centri abitati 

a spese pubbliche i maiali destinati al 

nutrimento dei pellegrini in transito.

 

Questo privilegio restò in vigore an-



che  quando  delle  nuove  disposizioni 

statutarie emanate dalle varie comuni-

tà a tutela della salute pubblica proibi-

rono l’allevamento dei suini all’interno 

delle città. In questo periodo, come at-

testato di proprietà e come segno di 

riconoscimento, furono appesi al collo 

dei maiali dei frati antoniani dei cam-

panelli. Quanto abbiamo appena det-

to spiega perché i segni caratteristici 

dell’iconografia  dell’eremita  egiziano 

sono il mantello nero con un liséré 

bleu a forma di T, il basto a forma di 

T, il maiale, il campanello ed il fuo-

co. Gli antoniani operarono pure ad 

Ascoli e nel suo territorio. 

Arquata del Tronto: 

La sindone    



   

Continua da pag. 1

L’auto a carburo

Vita Picena




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