Provincia: Cuneo. Area storica: Cuneese. Abitanti


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Schede storico-territoriali dei comuni del Piemonte

Comune di Borgo San Dalmazzo

Beatrice Palmero 1998

Comune: Borgo San Dalmazzo

Provincia: Cuneo.

Area storica: Cuneese.

Abitanti: 10939 (censimento 1991).

Estensione: 2225 ha (ISTAT 1991); 2371 ha (SITA 1991).

Confini: a nord Cuneo, a est Boves, a sud Roccavione,a sud-ovest Valdieri, a ovest Moiola,

Gaiola, Roccasparvera e Vignolo.



Frazioni. Beguda, Madonna Bruna, Martinetto del rame. A seguito della legge di

soppressione delle frazioni che non rispondevano agli attuali parametri demografici e

amministrativi, sul territorio di Borgo San Dalmazzo si trovano anche dei nuclei abitati e case

sparse: Cascina Bruna, Cascina Fioretti, Tetto Albaretti, Tetto Turutun sottano, «case sparse»

(CSI 1991, Piemonte). A metà Ottocento invece erano presenti le frazioni di Alteni, Cassine,

Beguda e Aradolo.



Toponimo storico: «Burgus Sancti Dalmatii» (Casalis 1834, vol. II, p. 483). Tra le prime

attestazioni «suburbio Sancti Dalmatii», toponimo citato nel trattato sui confini tra Briga,

Tenda e Garessio del 1163 (Beltrutti 1954, p. 23). Dal diploma imperiale del 1041, in cui

compare il plebato di Pedona, ha origine il filone di studi storico-toponomastici che vorrebbe

localizzare nell’antica «Pedo», l’insediamento primigenio da cui si è poi sviluppato Borgo S.

Dalmazzo. In documenti del secolo XI si parla ormai di abbazia di S. Dalmazzo e villaggio

omonimo (Comba 1973, p. 528 n. 42, p. 555). In seguito alle distruzioni della guerra del

Monferrato (1231) il complesso conventuale risorse più spostato verso lo Stura, intorno a cui

fu riedificato anche il Borgo (Riberi 1929, p. 24). Lo sviluppo medievale del Borgo si attesta

più specificatametne tra il castrum (1153) e l’edificio monastico (Tosco 1996, p. 97).

Toponimo di origine romana, «Pedo» era una stazione doganale lungo il confine tra Liguria

augustea e la provincia delle Alpi Marittime (Serra 1953, p. 11). Casalis raccoglie la

tradizione popolare che attribuirebbe ai Celti l’origine onomastica della «civitas Pedonensis»,

città romana con cinta muraria, che sorgeva alla foce del Gesso, in direzione della Provenza.



Diocesi: le sue chiese fanno parte della diocesi di Cuneo dopo il 1816, data di costituzione di

quest’ultima. Precedentemente erano ascritte nel distretto diocesano di Mondovì (Berra 1955,

pp. 52-54) ed il vescovo era al pari abate. A seguito del primo riordinamento ecclesiastico,

l’abbazia viene posta sotto la giurisdizione della nuova diocesi di Mondovì (1388), anche se

di fatto ancora nel 1435 si rende necessario un arbitrato che stabilisca i confini tra la diocesi di

Asti e Mondovì e assegni a quest’ultima il territorio tra il Tanaro e lo Stura. Il vescovo di

Asti, a cui l’antica abbazia era stata donata con diploma imperiale all’inizio del X secolo

insieme ai territori a lei soggetti, si era infatti opposto fermamente al passaggio di

giurisdizione (Gacchi 1976, pp. 405 sgg.). In particolare il diploma imperiale del 969

confermava al vescovo di Asti il possesso dell’abbazia di S. Dalmazzo e della canonica di

Pedona, gli dava facoltà di erigere fortificazioni difensive oltre che conferirgli ampi privilegi

d’immunità. Il successivo diploma del 1041 aveva confermato al vescovo astense la

giurisdizione sul comitato di Bredolo, in cui è espressamente citata l’abbazia. Le chiese

Pedonenses (S. Dalmazzo, S. Maria e S. Giovanni Battista, le ultime due non meglio

localizzate) furono prima del secolo X incluse nella diocesi di Torino (Giacchi 1976, pp. 413-

419). Una recente analisi consente di formulare ipotesi di legami dell’abbazia con la diocesi di

Nizza-Cimiez, precedenti al riassetto longobardo della diocesi di Torino (Tosco 1996, pp. 26

e 36).

Pieve: La «Plebs S. Mariae de Pedona» è nominata espressamente nel diploma imperiale del

1041, che attribuisce al vescovo di Asti il territorio del comitato di Bredulo: «cum canonica,



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abatiam Sancti Dalmatii cum valle Gexii, usque ad Fenestras, Rocha Corvaria et Rubulando et

Alvergnando usque ad montem Cornium» (Il Libro verde della chiesa di Asti, p. 217, doc.

304). La chiesa di S. Maria compare per la prima volta nell’Additio Moccensis, in cui si parla

anche di S. Giovanni Battista e di S. Dalmazzo, chiese con un’organizzazione tale da poter

essere individuate come pievi rurali. Ora, nonostante la controversa datazione della fonte,

l’abbazia dovrebbe già avere la sua organizzazione cenobitica, mentre Pedona è sede di una

pieve distinta. Riberi aveva voluto individuare la chiesa di S. Maria con quella di Roccavione

e quella di S. Giovanni Battista con quella di Demonte, attribuendo così ai due luoghi una

sede pievana, e attribuire a S. Dalmazzo il ruolo di capoluogo di distretto pievano. Giacchi

non mette in discussione l’esistenza di una pieve a Pedona, quanto piuttosto distingue la

chiesa di S. Maria come sede della pieve pedonense, in ragione del fatto che in un passo

successivo dello stesso documento si parla di «plebs erecta laetur ecclesia per Sanctum

Dalmatium». Per cui dalla chiesa di Pedona dipendevano chiese e cappelle minori, mentre la

chiesa di S. Dalmazzo di per sé doveva essere già organizzata in abbazia. Inoltre in atti

successivi la chiesa di S. Maria è descritta come canonica dipendente dalla mensa abbaziale

(Giacchi 1976, pp. 419-422).

Per ciò che concerne l’estensione del distretto pievano non si hanno notizie se non

attraverso un documento tardo che registra le chiese dipendenti dalla diocesi di Asti (1345).

Da questo risulta che le chiese disseminate nelle valli che sboccavano a Pedona erano

soggette alla pieve di S. Maria di Cuneo. Il supposto trasferimento della pieve di Pedona a

Cuneo dovrebbe coincidere con la fondazione di questa villanuova (1198), appoggiato dal

monastero di S. Dalmazzo (Giacchi 1976, pp. 423-424). Una vertenza del 1205 tra il vescovo

di Asti e l’abate di S. Dalmazzo pone la questione della giurisdizione dei due enti sulle chiese

di Cuneo. Da qui emerge che i diritti e le decime concernenti la pieve di S. Maria e la chiesa

di S. Michele spettavano al vescovo; mentre all’abate, che rivendicava l’autorità su tutte le

chiese del comprensorio, venivano riconosciute solo su S. Maria del Bosco e su S. Michele

(Camilla 1970, pp. 335-337). Nella bolla pontificia del 1246 però tra i possessi e privilegi

dell’abbazia si ritrovano tutte le chiese cuneesi compresa la pieve (Riberi 1929, pp. 490-493).

Al di là dell’esatta distrettualizzazione degli enti ecclesiastici, proprio questa incertezza, che

deriva dalla controversia nelle fonti, mette in rilievo la forte concorrenza tra il vescovo e

l’abbazia. Il documento del 1345 infine annovera nella pieve di Cuneo il monastero «de

Burgo cum ecclesiis ad suam mensam pertinentibus» (Giacchi 1976, pp. 424-425), da

intendersi come ulteriore esigenza di ribadire la supremazia della diocesi astense sull’abbazia

di S. Dalmazzo e sulle chiese a questa subordinate.

Altre presenze ecclesiastiche: la tradizione agiografica vuole che l’antico monastero

benedettino dedicato a S. Dalmazzo sorga nel luogo dove si credeva che il santo fosse stato

martirizzato, attorno al 255 d. C. (Casalis 1834, vol. II, p. 485). La prima attestazione

dell’esistenza di un luogo di culto si ricava dalla datazione tra il V e il VI secolo dell’omelia

che consacrava l’edificio eretto sulla sepoltura del santo, appena fuori dalla città di Pedona

(Tosco 1996, p. 23). Circa le distruzioni e rifondazioni dell’abbazia, la recente storiografia

tende a ridurre la portata delle devastazioni attribuite sia alle incursioni saracene che alle

successive invasioni barbariche, e riconduce piuttosto le modificazioni del riassetto dei centri

abitati alle violente lotte per il potere. In relazione all’abbazia di Pedona i dati inconfutabili

sono la cessione del monastero al vescovo di Asti nel 902 e il trasferimento delle reliquie del

santo da Pedona a Quargnento prima del 948. A questa data effettivamente tutto lascerebbe

pensare all’abbandono di Pedona e allo spostamento dell’intero nucleo conventuale per

volontà del vescovo. Questo movimento è stato interpretato come un tentativo astigiano di

espansione commerciale verso est, in un momento in cui i valichi alpini, presidiati dai

Saraceni, non erano percorribili. Poiché contemporaneamente andava sviluppandosi un’area


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commerciale contrapposta, tra il Tanaro e il Bormida, sponsorizzata dal marchese Aleramo,

può darsi che si volle sfruttare la capacità attrattiva delle reliquie per porre Quargnento in

concorrenza commerciale (Settia 1988, pp. 300-302). Rispetto al secolo precedente il diploma

del 1041 attribuisce all’abbazia di S. Dalmazzo un esteso territorio, che la identifica con uno

strategico ruolo di controllo delle vie di accesso alla Provenza e Nizza. Varie ipotesi su una

sua rifondazione attorno al XII secolo sono state formulate (Riberi 1929, p. 55), anche se non

esistono conferme circa la tradizione agiografica che tramanda la consacrazione, da parte del

vescovo di Asti, dell’edificio che accoglie le spoglie di S. Dalmazzo in Pedona, attorno al

1174 (Tosco 1996, pp. 57-59). Una fondazione altomedievale è messa in dubbio da Luigi

Provero (Provero 1994).

Al di là del fatto che l’antica abbazia fosse sede pievana o meno, in quanto soggetta alla

giurisdizione episcopale, prima di essere inclusa nel distretto diocesano di Mondovì, risulta

avesse un territorio e delle chiese che le pagavano decime e banni. In seguito alla

disgregazione del vasto distretto diocesano di Asti e del potere territoriale del vescovo

astense, le rendite dell’abbazia vengono trasferite alla mensa di Mondovì, mentre i monaci

lasciano detto luogo e raggiungono altri cenobi (1438) (Riberi 1929, p. 309). Per quel che

riguarda questo periodo, recenti studi topografici segnalano una forte ingerenza signorile nelle

sorti del monastero: gli Angioini annettono infatti alla struttura conventuale una loro cappella

privata. Segue dunque un lungo periodo di crisi del monastero, a cui sopperisce la funzione

parrocchiale, che si adegua alle esigenze della Controriforma. Solo nel Settecento si avviano

consistenti restauri, promossi dal vescovo Isnardi dei marchesi di Caraglio (1703), pertanto la

chiesa abbaziale viene riedificata insieme ad un palazzo con giardino (Tosco 1996, pp. 105-

125).


L’antica abbazia è divenuta chiesa parrocchiale, mantenendo l’intitolazione a S.

Dalmazzo e si segnalano dieci tra chiese e cappelle campestri del circondario (Manno 1893,

vol. III, p. 192). Poiché l’abbazia coincide con la parrocchia del luogo, il vescovo di Mondovì

è anche il parroco di questo paese. Annovera redditi notevoli in molini, canoni, decime e

laudemio. Si avvale di un vicario e di due cappellani. In Ancien Régime si trovano presso gli

altari della parrocchiale, la confraternita di S. Elisabetta e le compagnie del SS. Sacramento e

del Rosario, oltre alla confraternita della Misericordia e di S. Croce. Quest’ultima ha una

chiesa propria e un’altra intitolata a S. Anna è attestata «in campagna». La Congregazione di

Carità si occupava di un piccolissimo ospedale per il ricovero dei pellegrini (BRT, Storia

patria n. 855, Brandizzo 1753, p. 87). Legata alla devozione di S. Anna è rimasta la festività

solenne dell’ultima domenica di luglio, celebrata presso il tempietto di S. Anna e S. Magno.

In quell’occasione accorrevano «gran numero di forestieri», come per la «traslazione del

corpo di S. Dalmazzo», la domenica seguente la Madonna del Rosario. Le località di Beguda

e Aradolo hanno la propria cappella (Casalis 1834, vol. II, p. 483).



Comunità, origine, funzionamento: che attorno all’abbazia di S. Dalmazzo si fosse

costituito un insediamento abitato si ha notizia dalla bolla di Eugenio III che conferma i

possessi al vescovo di Asti (1153): si parla infatti di abbazia di S. Dalmazzo, «cum castro,

curte et valle Iecii usque ad Fenestras et plebem eiusdem loci cum omnibus ecclesiis ad se

pertinendis» (Il Libro verde della chiesa di Asti, p. 203, doc. 315). L’attestazione

toponomastica, nei diplomi della fine del secolo XI, dell’intitolazione dell’abbazia e di un

villaggio omonimo, inserisce l’insediamento di S. Dalmazzo in quel movimento di

ricostruzione dei villaggi presso siti di fondazione romana e attorno a più antiche fondazioni

religiose (Comba 1973, p. 541 n. 73, pp. 555-561; Tosco 1996, pp. 95-97). Nel 1163 è citato

espressamente il «suburbio S. Dalmatii», luogo della stipula nella vertenza dei confini tra

Tenda, Briga e Garessio (Beltrutti 1954, p. 35). I rilievi topografici datano al XIII secolo il

nucleo più antico del’abitato (Tosco 1996, pp. 95-97), e bisogna attendere il 1285 per avere



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Beatrice Palmero 1998

attestazione degli uomini di Borgo S. Dalmazzo che prestano fedeltà al marchese di Saluzzo

(AST, Corte, Provincia di Cuneo, mazzo 2, fasc. 1: Giuramento di fedeltà prestata dalli

uomini del Borgo di S. Dalmazzo e forensi di Cuneo al Marchese Tommaso di Saluzzo [18

aprile 1285]). Quindi ancora nel 1260 sono i monaci dell’abbazia a firmare il trattato con i

conti di Provenza, come se potessero rappresentare la comunità, in assolvimento delle

funzioni politiche (AST, Corte, Provincia di Cuneo, mazzo 2, fasc. 6: Rattificanza del



Capitolo de’ Monaci del Borgo S. Dalmazzo di detto Monastero e Carlo I Conte di Provenza

[6 marzo 1260]). D’altra parte il nunzio apostolico, incaricato in appoggio alla Repubblica di

Genova, di proibire l’appoggio ai Ventimigliesi ribelli, convoca nel 1220 il «pleno consilio»

nella chiesa di S. Dalmazzo alla presenza dell’abate (I Libri iurium della Repubblica di

Genova, 22 dicembre 1220).

Nella questione delle decime, sollevata dalla mensa vescovile monregalese a metà del

secolo XV, si rintracciano le prime attestazioni di cariche e deleghe rappresentative degli

uomini del Borgo. Diversamente non si conserva testimonianza dell’attività amministrativa

fino ad arrivare alla metà Seicento, quando il comune si adegua alla burocrazia sabauda che

aveva imposto la denuncia catastale e la verbalizzazione delle sedute del consiglio.



Dipendenza nel Medioevo: il luogo del Borgo, inteso come castrum et curtes dell’abbazia di

S. Dalmazzo, è stato certamente parte del comitato di Bredulo, ovvero nei domini di

quell’incoativo principato ecclesiastico «inter Tanagrum et Sturam», che il vescovo di Asti

cercò di consolidare con la donazione del 1041. Con la fondazione del comune di Cuneo

(1198) i suoi abitanti furono attratti dalla villanuova e successivamente entrò a far parte del

distretto angioino che aveva in Cuneo il capoluogo (1269). In seguito alla disgregazione del

potere temporale del vescovo di Asti, minato dalle ambizioni territoriali dei signori locali, è

stato oggetto naturale di tali espansioni, in particolare dei marchesi di Saluzzo (1282)

(Bordone 1992, p. 125; Guglielmotti 1995, pp. 171, 174 e 177). Visse l’esperienza della

concorrenza tra i marchesi di Saluzzo (1356) e i marchesi di Ceva, che si alternarono su detto

luogo, fino all’affermazione del governo sabaudo.

Feudo: nel 1372 i marchesi di Ceva prestano atto di vassallaggio al conte Amedeo di Savoia

per detto feudo, insieme ai luoghi di Andonno, Entracque, Robilante, Roccavione e Valdieri

(AST, Corte, Provincia di Cuneo, mazzo 2, fasc. 3: Promessa di retrovendere […] mediante

la restituzione di fiorini 1500 d’oro per esso Marchese pagati per l’infeodazione de’ suddetti

luoghi [10 gennaio 1373]). Comunque fino al 1392 i marchesi di Ceva restano investiti dei

diritti feudali sul luogo (AST, Corte, Provincia di Cuneo, mazzo 2, fasc. 4: Investitura



concessa da Bona di Boutbon Contessa di Savoia, tutrice del Conte Amedeo di Savoia a

favore di Giorgio e Carlo de’ Marchesi di Ceva del luogo di Borgo San Dalmazzo et altri al

medesimo adiacenti [28 ottobre 1392]) e ancora nel 1406 prestano atto di vassallaggio e

giuramento di fedeltà ai Savoia (Beltrutti 1954, p. 132). In seguito il duca di Savoia assume

personalmente «giurisdizione, beni e redditi» non solo su Borgo S. Dalmazzo, ma anche sulle

valli Gesso e Vermenagna, «smembrando detti luoghi dalla giurisdizione della città di Cuneo»

(AST, Corte, Provincia di Cuneo, mazzo 2, fasc. 5 [12 marzi 1459]). Successivamente il duca

di Savoia concede investitura ai Fieschi e ai Forni (1619); poi i Solaro di Moretta (1672) che

acquistano tutte le porzioni di rendite feudali per rivenderle ai Solaro di Dogliani. Infine ne

diventano consignori i Giordano nel 1754 (Manno 1893, vol. III, p. 198).



Mutamenti di distrettuazione: il comune di Borgo S. Dalmazzo si trovò dunque in periodi

alterni sia tra i territori controllati dal marchesato di Saluzzo che tra quelli soggetti al

marchesato di Ceva (Muletti 1972, p. 89). Annullati i diritti giurisdizionali che lo tenevano

subordinato in qualche modo alla città di Cuneo, entrò a far parte dei domini diretti del duca.



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Beatrice Palmero 1998

Con la creazione della provincia di Cuneo viene qui incluso, ed eretto capoluogo di

mandamento su Roccasparvera. Attualmente è compreso nella provincia di Cuneo.

Mutamenti territoriali: Aradolo è stato eretto comune nel 1761 in base all’assegnazione di

una serie di beni comuni accatastati. Questi anticamente erano indivisi o fruiti

comunitariamente tra i luoghi di Borgo S. Dalmazzo, Roccavione, Valdieri ed Entracque. In

controtendenza con il proliferare di parrocchie e formazioni comunali, Aradolo viene

ridimensionato a cantone del comune di Borgo S. Dalmazzo già nel 1828, anche se il processo

di determinazione dei nuovi limiti comunali si protrae per tutto il secolo XIX. Nelle

successive fasi d’intervento statale per la riduzione del numero dei comuni (1926-1945 e

1946-1950) non si pone tanto la questione di aggregare il quartiere o altre porzioni di

territorio, quanto la rivendicazione da parte di altri comuni di terre di cui gli Aradolesi si

erano appropriati e conseguentemente il comune di Borgo si era annesso con l’accorpamento

(Sturani 1995, pp. 120 sgg.).

Comunanze: attualmente censiti dal Commissariato per la liquidazione degli usi civici

118.4662 ettari di cui 113.9988 in categoria «A», mentre i restanti in categoria «N» (CSI

1991, Piemonte). Nel 1993 si è sciolta la questione relativa alla liquidazione di terreni ad uso

civico in favore della società Italcementi a cui sono stati attribuiti i terreni richiesti, in accordo

con i comuni di Borgo S. Dalmazzo e Valdieri (CLUC, Provincia di Cuneo, cartella 25 bis). I

frazionisti di Andonno e Aradolo dimostrano di possedere il diritto di pascolo su un territorio

determinato dai ricorsi del 1954, e definito nella piantina di divisione «Pineta di Andonno»

(CLUC, Provincia di Cuneo, cartella 25).



Luoghi scomparsi: tra i luoghi di cui non si ha più traccia è da annoverare la stazione

doganale romana di Pedona, toponimo che persiste ancora lungo tutto il XII secolo per

identificare il monastero benedettino, benché non esista corrispondenza effettiva tra

l’oppidum originario né con il comune di Borgo né con il sito monastico primigenio. La

tradizione storiografica ottocentesca pone l’accento sulla questione della localizzazione di

Pedona e della ricostruzione del paese e del monastero, attribuendo particolare enfasi alle

distruzioni saracene. Non è stato possibile identificare l’insediamento del Borgo con quello

più antico di Pedona giacché le indagini archeologiche hanno stabilito che la stazione

doganale romana sorgeva alla foce del fiume Gesso, dove giungeva da Cuneo la «via

Moneta»; protesa sulla via Emilia verso la Provenza (Serra 1953, pp. 7-11). Mentre la nuova

abbazia attorno a cui si è formato il centro abitato sorge piuttosto verso il fiume Stura (Riberi

1929, p. 182). Gli storici sono concordi nel collocare un primo insediamento del Borgo,

formatosi pare intorno al secolo XI, attorno all’abbazia e nei pressi dell’antico sito romano

(Comba 1973, p. 541 n. 73, pp. 555-557) e un successivo, dal quale prende le mosse l’attuale

conformazione abitata, sviluppatosi verso la metà del XIII secolo, nello spazio tra l’abbazia ed

il castrum. Alla luce dei recenti rinvenimenti di un impianto termale, la città romana potrebbe

identificarsi a sud-est del Borgo medievale (Tosco 1996, pp. 95-103). Resta aperta l’ipotesi

del ripopolamento dell’antica Pedona sulla base della valutazione strategica dell’insediamento

del Borgo, come «chiave delle Alpi Marittime» (Coccoluto 1994, p. 45). Nel sistema dei

valichi delle Alpi Marittime è infatti di difficile attestazione la considerazione di una ripresa

del tessuto viario di tracciato romano prima del XIII secolo.

Fonti:

AC Borgo San Dalmazzo (Archivio Storico del comune di Borgo San Dalmazzo):

mazzo 7, fasc. 6 [1601];


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mazzo 18 fasc. 129: Atti e scritture riguardanti la comunità di Borgo S. Dalmazzo, 



Roccasparvera e Gaiola [1400-1702]; Atti e scritture riguardanti la comunità di 

Borgo S. Dalmazzo contro Valdieri, Vinadio, Entraque [1488-1626];

Relazione di misura dei beni dei particolari di Aradolo per ordine della Comunità di 

Borgo S. Dalmazzo [1721]; Procura dei particolari di Aradolo. Rappresentanze del 

Marchese feudatario [1774]; Atti sommari civili della Comunità di Aradolo contro 

Comune di Borgo S. Dalmazzo [1767]; Scritture riguardanti la Mensa arcivescovile 

di Mondovì e abbaziale di Borgo S. Dalmazzo in abolizione delle decime [1435-

1599]; Causa contro Mensa vescovile di Cuneo e contro vicario Martinengo per fatto



di diritti parrocchiali [1766-1784, 1818]; Aggregazione del cantone indiviso di 

Aradolo contro Comune di Borgo S. Dalmazzo [1828-1837]; Opposizione Comune di 

Roccavione [1828-1851]; Rivendicazioni dei beni comunali situati nel Cantone di 

Aradolo [1852-1957]; Pratica del pascolo degli Aradolesi nei beni comuni di 

Andonno [1866]; Aggregazione nuovi confini Roccasparvera [1928];

Liti: Atti e scritture relative alla Comunità di Andonno [1592-1786]; Atti e scritture 



relative al luogo di Roccavione, Roaschia e Robilante [1600-1786].

AST (Archivio di Stato di Torino):

Camera dei Conti, art. 500, mazzo C in L 1 e 2: Entraque contro la comunità di 

Cuneo, Robilante e Borgo S. Dalmazzo [1673]; per la regione di Aradolo indivisa con 

Borgo S. Dalmazzo, Roccavione, Valdiero, Andonno. G.te 225 di beni catastali nel suo

territorio [1668];

Camera dei Conti, art. 615, Sommario della lite e ragione della comunità del Borgo S. 



Dalmazzo per la registrazione de beni e pagamento de’ carichi della regione Pian di 

Quinto, contro la Comunità e Particolari di Rocca Sparvera e Gagliola, possidenti 

beni in essa regione; art. 616: Sommario nella causa della Comunità di Borgo S. 

Dalmazzo contro il sig. medico Antonio Odifredi e questo contro il sig. Gio Batta 

Bosio. Relatione Cappa [Proprietà di terreno];

Camera dei Conti, allegato A pf. n. 63 [1801];

Corte, Paesi per A e B, mazzo 40, fasc. 2: Questioni insorte fra il vescovo di Mondovì 

e la Comunità e uomini di Borgo S. Dalmazzo per alcuni diritti pretesi dal Vescovo 

quale amministratore dell’Abbazia di Borgo S. Dalmazzo e negati dalla sopradetta 

Comunità per cui si fece compromessso nelle persone ivi nominate [14 gennaio 1473];

fasc. 3: Transazione tra le comunità di Roccavione e del Borgo S. Dalmazzo sovra le 



differenze tra esse sorte per la determinazione dei rispettivi loro finaggi [22 febbraio 

1522]; fasc. 5: Informazioni e sentimento del Vice Intendente sopra il ricorso della 



Comunità di Borgo S. Dalmazzo per il permesso di riedificare la cappella campestre 

dedicata ai SS. Grato e Bernardo già esistente nel recinto di detto luogo, regione del 

Piano di Quinto [16 aprile 1771]; fasc. 7: Supplica della Comunità di Borgo S. 

Dalmazzo e controsupplica della città di Cuneo ed altre carte riflettenti i depositi 

delle mercanzie sia di transito che per dogana, introdottisi nel detto Comune di Borgo

S. Dalmazzo. Sentimento dell’Intendente generale delle gabelle [1789]; fasc. 8: 

Supplica di Borgo S. Dalmazzo e di Roccasparvera onde poter derivare un canale dal 

torrente Gesso per l’irrigazione dei loro beni posti sulle fini di detti territori, regioni 

di Piani di Quinto [1789]; fasc. 8: Ricorso per ottenere ricognizione idraulica [1818]; 

fasc. 22: Vendita di beni comunali usurpati [1822];

Corte, Provincia di Cuneo, mazzo 1, fascc. 2 e 6; mazzo 2, fasc. 1: Giuramento di 

fedeltà prestata dalli uomini del Borgo di S. Dalmazzo e forensi di Cuneo al Marchese

Tommaso di Saluzzo [18 aprile 1285]; fasc. 3: Promessa di retrovendere […] mediante

la restituzione di fiorini 1500 d’oro per esso Marchese pagati per l’infeodazione de’ 

suddetti luoghi [10 gennaio 1373]; fasc. 4: Investitura concessa da Bona di Boutbon 


Schede storico-territoriali dei comuni del Piemonte

Comune di Borgo San Dalmazzo

Beatrice Palmero 1998

Contessa di Savoia, tutrice del Conte Amedeo di Savoia a favore di Giorgio e Carlo 

de’ Marchesi di Ceva del luogo di Borgo San Dalmazzo et altri al medesimo adiacenti

[28 ottobre 1392]; fasc. 5 [12 marzi 1459]; fasc. 6: Rattificanza del Capitolo de’ 



Monaci del Borgo S. Dalmazzo di detto Monastero e Carlo I Conte di Provenza [6 

marzo 1260].

Corte, Provincia di Cuneo, Roccavione, mazzo 7, fascc. 1-2;

BRT (Biblioteca Reale di Torino), Storia patria n. 855, Brandizzo 1753.

CLUC (Commissariato per la liquidazione degli usi civici), Provincia di Cuneo, cartelle 25 e

25 bis.




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