Aa 2012-2013 sp 2013 Prof. Uberto motta corso monografico di letteratura moderna Le Odi e IL Giorno di Parini


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Lun¦go ¦ le ¦ mu¦ra ¦ de i ¦ de¦ ser¦ ti ¦ tet¦ ti

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11

Spar¦gean ¦ lun¦ go a¦cu¦tis¦si¦mo ¦ la¦men¦to,

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11

Cui ¦ di ¦ lon¦ta¦no ¦ per ¦ lo ¦ va¦sto ¦ bu¦ io

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11

I ¦ ca¦ni ¦ ri¦spon¦de¦va¦no u¦lu¦lan¦do.

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11

Verg. Georg. I 476-486

Vox quoque per lucos vulgo exaudita silentis ingens, et simulacra modis pallentia miris uisa sub obscurum noctis, pecudesque locutae (infandum!); sistunt amnes terraeque dehiscunt, et maestum inlacrimat templis ebur aeraque sudant. Proluit insano contorquens vertice silvas fluviorum rex Eridanus camposque per omnis cum stabulis armenta tulit. Nec tempore eodem tristibus aut extis fibrae apparere minaces aut puteis manare cruor cessavit, et altae per noctem resonare lupis ululantibus urbes.

Tal fusti o Notte allor che gl'inclit'avi,

Onde pur sempre il mio garzon si vanta,

Eran duri ed alpestri; e con l'occaso

Cadean dopo lor cene al sonno in preda;

Fin che l'aurora sbadigliante ancora

Li richiamasse a vigilar su l'opre

De i per novo cammin guidati rivi

E su i campi nascenti; onde poi grandi

Furo i nipoti e le cittadi e i regni.

Ma ecco Amore, ecco la madre Venere,

Ecco del gioco, ecco del fasto i Genj,

Che trionfanti per la notte scorrono,

Per la notte, che sacra è al mio signore.

Tutto davanti a lor tutto s'irradia

Di nova luce. Le inimiche tenebre

Fuggono riversate; e l'ali spandono

La notte, vv. 39-40

Ma ecco Amore, ecco la madre Venere,

Ecco del gioco, ecco del fasto i Genj,

Ma^e¦cco^A¦mo¦re,˅¦ ec¦co ¦ la ¦ ma¦ dre ¦ Ve¦ ne ¦re,

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12

Ec¦co ¦ del ¦ gio¦ co,^ec¦co ¦ del ¦ fa¦ sto^i ¦ Ge¦nj,

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11

La notte, v. 44

«L’opzione per la forma con –i prostetica, unica occorrenza nel poema […], è forse ascrivibile alla sopraggiunta intenzione di generare una sinalefe in un verso privo di incontri vocalici, ulteriormente frazionato dalla pausa interpuntiva forte» (M. Tizi).

Le Odi

  • 1791, ed. a cura di Agostino Gambarelli (22 testi)

  • 1795, ed. a cura di Giuseppe Bernardoni (25 testi: Per l’inclita Nice, A Silvia, Alla Musa)

  • 1802, ed. a cura di Francesco Reina (Opere, vol. II; esclude Il piacere e la virtù, Piramo e Tisbe, Alceste)

  • 1975, ed. a cura di Dante Isella (25 testi)



Le Odi ed. Isella

  • L’innesto del vaiuolo (1765)

  • La salubrità dell’aria (1759)

  • La vita rustica (1758)

  • Il bisogno (1766)

  • Il brindisi (1777)

  • La impostura (1761)

  • Il piacere e la virtù (1771)

  • La primavera (1765)

  • La educazione (1764)

  • La laurea (1777)

  • La musica (1762)

  • La recita de’ versi (1783-84)



La vita rustica (1757-58), vv. 1-8

Perchè turbarmi l'anima,

O d'oro e d'onor brame,

Se del mio viver Atropo

Presso è a troncar lo stame?

E già per me si piega

Sul remo il nocchier brun

Colà donde si niega

Che più ritorni alcun?

La salubrità dell’aria (1758-59), vv. 1-12

Oh beato terreno

Del vago Eupili mio,

Ecco al fin nel tuo seno

M'accogli; e del natìo

Aere mi circondi;

E il petto avido inondi.

L’innesto del vaiolo

Giovanni Maria Bicetti de’ Buttinoni (1708-1778), Osservazioni sopra alcuni innesti di vaiuolo... con l'aggiunta di varie lettere di uomini illustri e un'ode dell'ab. Parini sullo stesso argomento, Milano, Galeazzi, 1765

→ G. Parini, Al signor dottore G. Bicetti de’ Buttinoni che con felice successo eseguisce, e promulga l’innesto del vaiuolo

Pietro Verri, Sull’innesto del vaiuolo, «Il Caffè» 1765



Pietro Verri, Sull’innesto del vaiuolo, «Il Caffè» 1765



Pietro Verri, Sull’innesto del vaiuolo, «Il Caffè» 1765



Pietro Verri, Sull’innesto del vaiuolo, «Il Caffè» 1765



L’innesto del vaiolo (1765), vv. 1-18

O Genovese ove ne vai? qual raggio

Brilla di speme su le audaci antenne?

Non temi oimè le penne

Non anco esperte degli ignoti venti?

Qual ti affida coraggio

All'intentato piano

De lo immenso oceano?

Senti le beffe dell'Europa, senti

Come deride i tuoi sperati eventi.

19-36

Così l'eroe nocchier pensa, ed abbatte

I paventati d'Ercole pilastri;

Saluta novelli astri;

E di nuove tempeste ode il ruggito.

Veggon le stupefatte

Genti dell'orbe ascoso

Lo stranier portentoso.

Ei riede; e mostra i suoi tesori ardito

All'Europa, che il beffa ancor sul lito.

Più dell'oro, BICETTI, all'Uomo è cara

Questa del viver suo lunga speranza:

Più dell'oro possanza

Sopra gli animi umani ha la bellezza.

E pur la turba ignara

Or condanna il cimento,

Or resiste all'evento

Di chi 'l doppio tesor le reca; e sprezza

I novi mondi al prisco mondo avvezza.

Pietro Verri, Sull’innesto del vaiuolo, «Il Caffè» 1765



Le Odi ed. Isella

  • L’innesto del vaiuolo (1765)

  • La salubrità dell’aria (1759)

  • La vita rustica (1758)

  • Il bisogno (1766)

  • Il brindisi (1777)

  • La impostura (1761)

  • Il piacere e la virtù (1771)

  • La primavera (1765)

  • La educazione (1764)

  • La laurea (1777)

  • La musica (1762)

  • La recita de’ versi (1783-84)



L’educazione, vv. 115-138 e 151-162

Altri le altere cune

Lascia o Garzon che pregi.

Le superbe fortune

Del vile anco son fregi.

Chi de la gloria è vago

Sol di virtù sia pago.

 

Onora o figlio il Nume

Che dall'alto ti guarda:

Ma solo a lui non fume

Incenso e vittim'arda.

È d'uopo Achille alzare

Nell'alma il primo altare.

Giustizia entro al tuo seno

Sieda e sul labbro il vero;

E le tue mani sieno

Qual albero straniero,

Onde soavi unguenti

Stillin sopra le genti.

Canticum Canticorum 5,5

Surrexi, ut aperirem dilecto meo; manus meae stillaverunt myrrham, et digiti mei pleni myrrha probatissima super ansam pessuli.

Mi sono alzata per aprire al mio diletto e le mie mani stillavano mirra, fluiva mirra dalle mie dita sulla maniglia del chiavistello.

Il bisogno

  • I edizione (anonima): Canzone dedicata all’illustrissimo sig. don Pierantonio Wirz de Rudenz del Senato dell’ill.ma e potentissima Repubblica di Unterwalden, commissario reggente del contado di Locarno e sue pertinenze, Milano, Galeazzi, 1766

  • II edizione: Odi 1791 (con titolo Il Bisogno)

  • Struttura: I parte (1-36), i delitti e i crimini

II parte (37-72), le pene atroci e inique

conclusione (73-84)


Il bisogno, vv. 1-36

Oh tiranno Signore

De' miseri mortali,

Oh male oh persuasore

Orribile di mali

Bisogno, e che non spezza

Tua indomita fierezza!

Di valli adamantini

Cinge i cor la virtude;

Ma tu gli urti e rovini;

E tutto a te si schiude.

Entri, e i nobili affetti

O strozzi od assoggetti.

Oltre corri, e fremente

Strappi Ragion dal soglio;

E il regno de la mente

Occupi pien d'orgoglio,

E ti poni a sedere

Tiranno del pensiere.

Hor. Carmina III, XXIV 5-8 e 42-44

Si figit adamantinos summis uerticibus dira Necessitas clauos, non animum metu, non mortis laqueis expedies caput.

Magnum pauperies obprobrium iubet quiduis et facere et pati uirtutisque uiam deserit arduae.

Il bisogno, vv. 37-72

Ma quali odo lamenti

E stridor di catene;

E ingegnosi stromenti

Veggo d'atroci pene

Là per quegli antri oscuri

Cinti d'orridi muri?

Colà Temide armata

Tien giudizj funesti

Su la turba affannata,

Che tu persuadesti

A romper gli altrui dritti

O padre di delitti.

Meco vieni al cospetto

Del nume che vi siede.

No non avrà dispetto

Che tu v'innoltri il piede.

Da lui con lieto volto

Anco il Bisogno è accolto.



Il bisogno, vv. 73-84

Tu cui sì spesso vinse

Dolor de gl'infelici,

Che il Bisogno sospinse

A por le rapitrici

Mani nell'altrui parte

O per forza o per arte:

Libro del Siracide, cap. IV

[1] Figlio, non rifiutare il sostentamento al povero, non essere insensibile allo sguardo dei bisognosi. [2] Non rattristare un affamato, non esasperare un uomo già in difficoltà. [3] Non turbare un cuore esasperato, non negare un dono al bisognoso. [4] Non respingere la supplica di un povero, non distogliere lo sguardo dall'indigente. [5] Da chi ti chiede non distogliere lo sguardo, non offrire a nessuno l'occasione di maledirti, [6] perché se uno ti maledice con amarezza, il suo creatore esaudirà la sua preghiera. [7] Fatti amare dalla comunità, davanti a un grande abbassa il capo. Porgi l'orecchio al povero e rispondigli al saluto con affabilità. [9] Strappa l'oppresso dal potere dell'oppressore, non esser pusillanime quando giudichi.

C. Beccaria, Dei delitti e delle pene

(41) È meglio prevenire i delitti che punirgli. Questo è il fine principale d'ogni buona legislazione, che è l'arte di condurre gli uomini al massimo di felicità o al minimo d'infelicità possibile, per parlare secondo tutt'i calcoli dei beni e dei mali della vita. Ma i mezzi impiegati fin ora sono per lo più falsi ed opposti al fine proposto. […] Volete prevenire i delitti? Fate che le leggi sian chiare, semplici, e che tutta la forza della nazione sia condensata a difenderle, e nessuna parte di essa sia impiegata a distruggerle. Fate che le leggi favoriscano meno le classi degli uomini che gli uomini stessi. […]

(42) Volete prevenire i delitti? Fate che i lumi accompagnino la libertà. I mali che nascono dalle cognizioni sono in ragione inversa della loro diffusione, e i beni lo sono nella diretta. Un ardito impostore, che è sempre un uomo non volgare, ha le adorazioni di un popolo ignorante e le fischiate di un illuminato. […]

(45) Finalmente il più sicuro ma più difficil mezzo di prevenire i delitti si è di perfezionare l'educazione, oggetto troppo vasto e che eccede i confini che mi sono prescritto, oggetto, oso anche dirlo, che tiene troppo intrinsecamente alla natura del governo perché non sia sempre fino ai più remoti secoli della pubblica felicità un campo sterile, e solo coltivato qua e là da pochi saggi. Un grand'uomo, che illumina l'umanità che lo perseguita, ha fatto vedere in dettaglio quali sieno le principali massime di educazione veramente utile agli uomini, cioè consistere meno in una sterile moltitudine di oggetti che nella scelta e precisione di essi

Le Odi ed. Isella

  • L’innesto del vaiuolo (1765)

  • La salubrità dell’aria (1759)

  • La vita rustica (1758)

  • Il bisogno (1766)

  • Il brindisi (1777)

  • La impostura (1761)

  • Il piacere e la virtù (1771)

  • La primavera (1765)

  • La educazione (1764)

  • La laurea (1777)

  • La musica (1762)

  • La recita de’ versi (1783-84)



G. Parini, La recita de’ versi, vv. 1-12

Qual fra le mense loco

Versi otterranno, che da nobil vena

Scendano; e all'acre foco

Dell'arte imponga la sottil Camena,

Meditante lavoro,

Che sia di nostra età pregio e decoro?

La recita de’ versi, vv. 46-54

Orecchio ama placato

La musa e mente arguta e cor gentile.

Ed io, se a me fia dato

Ordir mai su la cetra opra non vile,

Non toccherò già corda

Ove la turba di sue ciance assorda.

Hor., Ep., II 2, 79-80: «Tu me inter strepitus nocturnos atque diurnos / vis canere et contracta sequi vestigua vatum?»

Ben de' numeri miei

Giudice chiedo il buon cantor, che destro

Volse a pungere i rei

La caduta: struttura

  • 6 quartine narrative (vv. 1-24) riguardanti un incidente occorso al poeta e le reazioni dei presenti (il riso, la commozione, il soccorso);

  • 13 quartine (vv. 25-76) contenenti il discorso di un anonimo e indefinito soccorritore, a sua volta diviso in due parti: la modesta condizione del poeta (nonostante le lodi alla sua arte); l’esortazione o invito a una condotta più scaltra e smaliziata che gli permetta il successo;

  • 6 quartine (vv. 77-100) con la risposta di Parini, che rivendica la propria moralità, ossia il primato della coscienza;

  • 1 quartina conclusiva (vv. 101-104), di tipo nuovamente narrativo, che indugia sullo stato d’animo dell’autore.



Parini, La caduta

Quando Orïon dal cielo

Declinando imperversa;

E pioggia e nevi e gelo

Sopra la terra ottenebrata versa,

Me spinto ne la iniqua

Stagione, infermo il piede,

Tra il fango e tra l’obliqua

Furia de’ carri la città gir vede;

E per avverso sasso

Mal fra gli altri sorgente,

O per lubrico passo

Lungo il cammino stramazzar sovente.

Ride il fanciullo; e gli occhi

Tosto gonfia commosso,

Che il cubito o i ginocchi

Me scorge o il mento dal cader percosso.

Ed ecco il debil fianco

Per anni e per natura

Vai nel suolo pur anco

Fra il danno strascinando e la paura:

Nè il sì lodato verso

Vile cocchio ti appresta,

Che te salvi a traverso

De’ trivii dal furor de la tempesta.

Sdegnosa anima! prendi

Prendi novo consiglio,

Se il già canuto intendi

Capo sottrarre a più fatal periglio.

Congiunti tu non hai,

Non amiche, non ville,

Che te far possan mai

Nell’urna del favor preporre a mille.

G. Parini, Lettera a Giuseppe Bernardoni 11 novembre 1795

Circa il verso: «Noia le facezie», ecc., Ella potrà dire che nelle altre edizioni, dopo la prima di Milano, vi si sono fatti de’ cangiamenti, per non essersi dagli editori avvertito alla pronunciazione toscana e agli esempii de’ buoni scrittori di versi nell’uso delle parole che hanno dittongo o trittongo, come accade della parola «noia», ecc. Ella potrà ciò dire e più brevemente e meglio che ora non ho fatto io; del che Le lascio ogni libertà.

Giacomo da Lentini, XIX 9: «Pe¦rò ¦ gran ¦ noia ¦ mi ¦ fan¦no ¦ men¦zo¦nie¦ri»; IV 21: «O¦gni ¦ gioia ¦ ch'è ¦ più ¦ ra¦ra».

E fingendo nova esca

Al pubblico guadagno,

L’onda sommovi, e pesca

Insidioso nel turbato stagno.

Ma chi giammai potrìa

Guarir tua mente illusa,

O trar per altra via

Te ostinato amator de la tua Musa?

Lasciala: o, pari a vile

Mima, il pudore insulti,

Dilettando scurrile

I bassi genj dietro al fasto occulti.

La caduta, vv. 81-84

  • v. 81: Chi sei tu?

Ger. lib. X,9: Solimano a Ismeno

Gv 1,19: i sacerdoti e i leviti a Giovanni Battista

[Lc 4,34 e Mc 1,14 io so chi tu sei: i demoni a Cristo]

Rm 14,4 «Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo? Stia in piedi o cada, ciò riguarda il suo padrone; ma starà in piedi, perché il Signore ha il potere di farcelo stare».
  • vv. 82-84: che sostenti il corpo e prostri l’animo

Lc 9,25 e Mc 8,36: Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la proprio anima?

Mt 4,9: Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai; Lc 4,7: Se ti prostri dinanzi a me, tutto sarà tuo.
  • v. 84: Umano sei, non giusto.

Ter. Heaut. v. 77: Homo sum, humani nihil a me alienum puto.

Matteo cap. IV

[1] Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. [2] E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. [3] Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: "Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane". [4] Ma egli rispose: "Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio". [5] Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio [6] e gli disse: "Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede [ne forte offendas ad lapidem pedem tuum; cfr. La caduta vv. 5-12: infermo il piede... e per avverso sasso]”. [7] Gesù gli rispose: "Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo". [8] Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: [9] "Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai". [cfr. La caduta v. 42 e ss.: prendi novo consiglio… per l’erte scale arrampica…] [10] Ma Gesù gli rispose: "Vattene, satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto".

Buon cittadino, al segno

Dove natura e i primi

Casi ordinàr, lo ingegno

Guida così, che lui la patria estimi.

Quando poi d’età carco

Il bisogno lo stringe,

Chiede opportuno e parco

Con fronte liberal, che l’alma pinge.

E se i duri mortali

A lui voltano il tergo,

Ei si fa, contro ai mali,

Della costanza sua scudo ed usbergo.

Alla Musa

Te il mercadante, che con ciglio asciutto

Fugge i figli e la moglie ovunque il chiama

Dura avarizia, nel remoto flutto,

Musa, non ama.

Nè quei, cui l’alma ambizïosa rode

Fulgida cura; onde salir più agogna;

E la molto fra il dì temuta frode

Torbido sogna.

Nè giovane, che pari a tauro irrompa

Ove a la cieca più Venere piace:

Nè donna, che d’amanti osi gran pompa

Spiegar procace.

Sai tu, vergine dea, chi la parola

Modulata da te gusta od imita;

Onde ingenuo piacer sgorga, e consola

L’umana vita?

Dunque perchè quella sì grata un giorno

Del Giovin, cui diè nome il dio di Delo,

Cetra si tace; e le fa lenta intorno 35

Polvere velo?

Ben mi sovvien quando, modesto il ciglio,

Ei già scendendo a me giudice fea

Me de’ suoi carmi: e a me chiedea consiglio:

E lode avea.

Ma or non più. Chi sa? Simile a rosa

Tutta fresca e vermiglia al sol, che nasce,

Tutto forse di lui l’eletta Sposa

L’animo pasce.

E di bellezza, di virtù, di raro

Amor, di grazie, di pudor natìo

L’occupa sì, ch’ei cede ogni già caro

Studio all’oblìo.

Ei t’era ignoto ancor quando a me piacque.

Io di mia man per l’ombra, e per la lieve

Aura de’ lauri l’avviai ver l’acque,

Che al par di neve

Bianche le spume, scaturir dall’alto

Fece Aganippe il bel destrier, che ha l’ale:

Onde chi beve io tra i celesti esalto

E fo immortale.

Io con le nostre il volsi arti divine

Al decente, al gentile, al raro, al bello:

Fin che tu stessa gli apparisti al fine

Caro modello.

E, se nobil per lui fiamma fu desta

Nel tuo petto non conscio: e s’ei nodrìa

Nobil fiamma per te, sol opra è questa

Del cielo e mia.

Scenderà in tanto dall’eterea mole

Giuno, che i preghi de le incinte ascolta.

E vergin io de la Memoria prole

Nel velo avvolta

Uscirò co’ bei carmi; e andrò gentile

Dono a farne al Parini, Italo cigno,

Che a i buoni amico, alto disdegna il vile

Volgo maligno.


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